Il cuore e l’impegno dei milanesi tra i profughi alla stazione

FB_IMG_1436134022527di Diana De Marchi

Dal 2013 ad oggi quasi 70mila le persone sono passate da Milano fuggendo da guerre e da destini crudeli.

All’inizio erano prevalentemente siriani ed in quel periodo, nell’agosto del 2013, io ero ancora una consigliera del Pd nella Provincia di Milano. Il Comune del capoluogo di regione, che si trovava in una situazione prevedibile seguendo la geopolitica internazionale ma comunque difficile da gestire concretamente, si era attivato velocemente, insieme a diverse associazioni, per cercare di dare accoglienza dignitosa ai profughi in arrivo, soprattutto famiglie con tanti bambini.

Avevo presentato una mozione in Provincia per chiedere ai 134 Comuni di monitorare i loro spazi utilizzabili per l’accoglienza, perché venissero messi a disposizione. Stando all’opposizione questo era il solo compromesso che avrebbe potuto essere accolto all’unanimità.

Intanto, mentre la situazione in Siria peggiorava, a Milano non si riusciva ad avere la collaborazione delle altre Istituzioni. Ma tante associazioni e anche tantissimi volontari si stavano attivando. Grazie a loro era partito un punto di ristoro nel mezzanino della stazione centrale, con un gruppo piuttosto costante di partecipanti, al quale ogni tanto davo una mano, nei fine settimana.

Un impegno spontaneo che si aggiungeva al lavoro prezioso fatto dal Comune in convenzione con la Prefettura. Gli arrivi oscillavano nei numeri, ma l’organizzazione proseguiva cercando anche di trovare soluzioni alternative al mezzanino per i profughi, che intanto cominciavano ad arrivare anche dall’Eritrea. Nonostante fosse chiara la necessità della collaborazione di tutte le Istituzioni, la Regione Lombardia rifiutava di considerare anche la richiesta minima di un presidio sanitario, chiesto dall’ottobre 2014 e concesso solo poche settimane fa.

Personalmente seguivo la vicenda con grande coinvolgimento, forse anche perché figlia di una donna rumena arrivata in un campo profughi a Barletta, che raccontava sempre quanto da ragazza fosse stata colpita dalla generosità degli italiani, e mi chiedevo: ma possibile che non si riesca a coinvolgere tutta la regione a questa sfida complessa ma urgente? E poi l’Europa dov’è?

Si continuavano a cercare spazi alternativi. Il mezzanino era stato chiuso. C’era stata una soluzione provvisoria: due  spazi commerciali per i negozi erano stati offerti, temporaneamente, dalle Ferrovie dello Stato, per registrare i nuovi arrivati e distribuirli nei centri di accoglienza. Poi, sempre le Ferrovie, avevano individuato spazi migliori,  anche se, intanto, erano previsti molti arrivi e c’era una difficoltà di gestione anche per lo spostamento nell’androne della stazione. Mentre la Regione insisteva sul non volere più nessuno, minacciando i sindaci che volevano aiutare di toglier loro dei contributi, i milanesi, e non solo, informati dai media, stavano reagendo positivamente e stava arrivando una tempesta di generosità che mi riportava alla memoria ciò di cui parlava la mia mamma.

Siamo stati sommersi da indumenti e da cibo, abbiamo dovuto chiamare la protezione civile per portare i vestiti nei centri perché erano montagne e non si riuscivano a tenere in quello spazio, abbiamo sfamato tutte le persone che arrivavano senza interruzione e, per alcuni giorni, ogni 2-3 minuti arrivava una donazione da cittadini lombardi. Sono stati organizzati anche mezzi di trasporto. Attraverso questa esperienza, ho avuto modo di conoscere le storie di tante persone in transito a Milano. Attraverso i mediatori culturali ho ascoltato le loro storie di dolore misto a coraggio, e sentito tanta comprensibile incertezza sul futuro. Purtroppo, ho visto arrivare molte giovani donne, a volte incinta e senza marito, stuprate alla partenza e anche in viaggio, oppure bambini che hanno vissuto viaggi tremendi, ma che si distraggono e sorridono giocando con le educatrici e i volontari mentre le associazioni fanno tutto il possibile per creare loro condizioni dignitose.

Insomma, stiamo cercando di agire, consapevoli che tutti devono fare la propria parte e che non si può girare lo sguardo e tacere, ma dobbiamo cercare soluzioni.

Diana De Marchi è interprete, traduttrice, ricercatrice nel campo della sperimentazione educativa. Insegna tedesco e italiano per stranieri. Esponente del Pd è stata consigliera della Provincia di Milano. Ha seguito sul territorio in particolare i temi della scuola e del diritto allo studio, della coesione sociale, della lotta alla violenza domestica, delle attività culturali.
Share Button

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicatoI campi richiesti sono marcati da *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*

Un commento su “Il cuore e l’impegno dei milanesi tra i profughi alla stazione

  1. Cosetta dice:

    Anch’io sono rimasta colpita dalla generosità dei ” Milanesi ” , c’è un detto mi sembra che dica che i Milanesi hanno ” il cuore in mano ” purtroppo non so scriverlo in dialetto…