Il Giorno del Ricordo di Giorgia che porta il lutto di tutti i regimi del ‘900

di Lucia Bellaspiga

Il padre portato via dai comunisti jugoslavi nel 1945, ormai in tempo di pace, è sparito nel campo di sterminio di Borovnica.

La zia e la nonna deportate dai nazisti ad Auschwitz, cenere al vento. Un altro zio ucciso dai comunisti sovietici nelle Fosse di Katyn, e due cugini condannati ai lavori forzati in un gulag sul Don. Tutto questo è accaduto in una sola famiglia Gorizia, quella di Giorgia Rossaro Luzzatto, 94 anni e una memoria che non vacilla.

“Nella nostra famiglia si intrecciano i destini degli ebrei e dei giuliano-dalmati – mi ha raccontato in un’intervista per Avvenire – Noi portiamo il lutto di tutti i regimi che hanno insanguinato il ‘900: del nazismo, del comunismo sovietico, del comunismo titino. I Giorni del Ricordo in casa nostra sono tanti, ma solo la memoria delle Foibe ci è stata negata per decenni: non ho mai visto nessuno venire dai Palazzi romani per il nostro 3 maggio”, il giorno in cui suo padre, medico e uomo liberale, fu trascinato via sotto i suoi occhi. Fu Giorgia ad aprire la porta al carnefice: “Ormai c’era la pace, che paura avrei dovuto avere?”, mi ha spiegato. L ‘ultima volta lo vide il 5 maggio dalla finestra del carcere di Gorizia, con un sorriso triste e la mano che salutava. Sua madre per 13 anni restò seduta davanti alla porta da cui era uscito.

Una storia che si è ripetuta uguale in migliaia di famiglie istriane, fiumane e dalmate dopo il 10 maggio del ’45, quando il resto d’Italia festeggiava la Liberazione dal nazifascismo e per gli italiani di Venezia Giulia e Dalmazia, e solo per loro, iniziava invece una nuova invasione ancora più sanguinaria. Tra chi dovette scappare nel febbraio del ’47 c’era la mia famiglia, vissuta a Pola da molte generazioni. Si partiva con ogni mezzo portando con sé il poco che si poteva, si fuggiva per restare italiani. E per salvarsi la vita. Ho sempre negli occhi le immagini famose di un Film Luce che riprendono una partenza da Pola della nave “Toscana” carica di esuli: a bordo una donna anziana velata di nero, con il tricolore sul petto, lo sguardo immobile sulla città che si allontana. Lei sa che è per sempre e nulla riuscirebbe a distrarla mentre si imprime indelebile quell’immagine nell’anima.

Tanti e diversi sono stati i destini degli esuli all’arrivo, accolti come fratelli d’Italia o respinti come stranieri, magari proprio per via di quel loro dialetto o dei loro strani cognomi, sintesi di una storia millenaria. Oggi ci si stringe il cuore per i profughi venuti da guerre lontane, ma non sappiamo che i nostri italiani della Venezia Giulia e Dalmazia sopravvissero per anni in campi profughi allestiti per accoglierli, nel loro stesso Paese. Furono sistemati in ex manicomi, carceri, caserme dismesse, persino ex campi di concentramento, e lì iniziava un nuovo incubo. Non più il mare e le pinete ma miseri accampamenti, non più le case in pietra tra le vigne e gli ulivi ma le coperte appese a fare da parete tra una famiglia e l’altra. Qui molti nacquero e passarono tutta l’infanzia, molti altri morirono senza più avere avuto una casa.

Per gli anziani la disperazione fu fatale. Anche a mia nonna si spezzò il cuore, morta in un letto non suo nella città più bella e più triste del mondo, quella Venezia un tempo Serenissima, madre antica e matrigna moderna, dove visse sei eterni anni baraccata tra gli esuli.

lo sono nata molto tempo dopo, in una Milano ignara. In un’Italia tutta ormai ignara. Era come se la storia che sentivo raccontata in casa mia fosse un’altra, diversa da quella che conoscevano i miei compagni. Mai, in tanti anni di scuola, ho studiato una pagina che accennasse a quella tragedia. Ma le radici, anche se non vuoi, si fanno strada sottopelle e arriva l’istante in cui ti chiedi chi sei. L’ho capito il giorno in cui mia madre ha trovato il coraggio di infrangere il muro del dolore e tornare a rivedere Pota. Ero bambina. Il mio ricordo è lei che piange, le mani strette alle sbarre di un cancello: la sua casa. La finestra si aprì e una donna gentile, con accento straniero, capì immediatamente: “Vuole entrare. Salimmo i gradini. A stento immagino la tempesta di sentimenti che doveva agitare il suo cuore mentre varcava quella soglia e sostava da straniera nella camera dove aveva studiato e giocato con i fratelli bambini. Del suo esodo ho provato a immaginare il distacco definitivo, il momento dell’addio ineluttabile. Non è letteratura, è vita vera: uscire dalla casa in cui vivi e non per tornarci la sera, no: mai più. Domani, lo sai, nella tua stanza entrerà gente nuova, che non sa nulla della vita vissuta là dentro. Devi scegliere in fretta cosa portarti via, ma che valigia si prepara quando è per sempre?

E’ nelle parole di Nadilla, una bimba in fuga nel 1954 da Faiti, alle spalle di Trieste, che trovo l’immagine più plastica di ciò che intendo: “Toccai per l’ultima volta la mia terra: prima il tallone, poi la punta del piede abbandonarono la mia bella Istria e tutti i miei ricordi”. I ricordi sono spesso uguali: in un silenzio irreale rotto solo da singhiozzi e saluti, la nave si stacca dalla riva. E tu continui a guardarla, la tua casa, finché si vede, fino all’ultima ombra. Poi ti volti verso il nuovo orizzonte … e lì nasce quel dolore del ritorno che mai più guarirà. A terra, sul molo, l’uguale strazio di chi rimaneva, per i più disparati motivi: per decenni sotto una dittatura atea e comunista hanno sopportato un esilio in casa propria, calpestati in quanto italiani, ultimo baluardo che ha conservato fino a noi, in nazioni oggi amiche, la nostra lingua e la nostra cultura.

Opportunismi e real politik hanno poi censurato il sacrificio dei giuliano-dalmati, che per dirla con l’ex presidente della Repubblica Giuseppe Saragat erano “italiani due volte, per nascita e per libera scelta”. Si disse che se scappavano dal paradiso comunista dovevano essere certamente fascisti. Ma i nostri nonni e genitori erano stati antifascisti o fascisti esattamente come tutti gli altri italiani. Come ha detto Giorgio Napolitano: “La tragedia aveva assunto i sinistri contorni di una pulizia etnica”. Per saldare il debito di guerra dell’intera nazione, il nostro governo utilizzò le proprietà e i risparmi soltanto dei giuliano-dalmati. Le loro vite, insomma, hanno riscattato le nostre, e il debito mai onorato dall’Italia spiega in parte i decenni di silenzio: ci hanno salvati, li abbiamo seppelliti.

Il Giorno del Ricordo, istituito nel 2004, ha segnato però la svolta e, per molti dei nostri vecchi, la consolazione prima di lasciare questo mondo. Nel Parlamento italiano, alla presenza delle massime istituzioni, e nelle stesse ore in tutta Italia, sono centinaia gli eventi per celebrare il Ricordo e trasmettere ai giovani la consapevolezza che ogni violenza, di qualsiasi colore, va rifiutata. La legge del Ricordo, se fatta rispettare, tutela noi e il nostro desiderio di pace, convinti come siamo che se il perdono è sempre un auspicio, la memoria è un dovere, la via imprescindibile per la riconciliazione.

Concludo con le parole del biglietto che Nadilla, la bambina fuggita nel ’54 da Faiti, immaginò per il bambino straniero che il giorno dopo sarebbe entrato in casa sua: “Io sono dovuta andare via da qui – gli ha scritto – perché non mi hanno lasciato restare solo per un mio piccolo difetto: sono italiana. Non so se è giusto quello che stanno confabulando i grandi. Io non ho paura degli slavi, non ho paura di un bambino piccolo come te. Ma tu, ti prego, cerca di cambiare il mondo. Ti voglio bene. Bacia la mia cameretta per me”. Anche questa non è letteratura. E’ l’immagine di ciò che i giuliano-dalmati sono stati, il simbolo della mitezza con cui hanno sperimentato la persecuzione e lo sradicamento, eppure non hanno odiato.

Lucia Bellaspiga è una giornalista e scrittrice italiana. Inviata del quotidiano Avvenire dal 2001 (si occupa principalmente degli Interni e del settore ‘Dossier’ dedicato a servizi ed inchieste ad ampio raggio), ha pubblicato vari libri, tra i quali una biografia su Carlo Urbani, il primo medico italiano vittima della Sars, sullo scrittore Dino Buzzati, in occasione del centenario della nascita, e sul brigadiere dei Carabinieri Giuseppe Coletta, scomparso nella strage di Nasiriyah.

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3 commenti su “Il Giorno del Ricordo di Giorgia che porta il lutto di tutti i regimi del ‘900

  1. Teresa Lapis dice:

    cara Laura ti conobbi tra il 1998 e il 204 quando, da difensore civica ed esperta in diritti umani mi occupavo di esuli rifugiati e profughi di tutte le epoche.TI ho stimato subito per la tua disponibilità , gentilezza e chiarezza nella ricerca , coinvolta, di risolvere il problema, quando sei stata nominata sono stata felicissima che ci fosse una donna come te in una posizione così importante. Mi sarebbe piaciuto il tuo segretariato a Rimini ma la passerella continua di uomini – nessuna notizia di donne – mi convince sempre di più ad altri luoghi e spazi di mobilitazione per i diritti, con altre donne e con chiunque possa contribuire a ridurre la distanza che fa dell’esule l’escluso, pur vicino.
    con stima

  2. luigi crocco dice:

    ….commento solo il fatto che una simile barbarica storia di sterminio alla frontiera dei nostri civili italiani sia stata commemorata sulla costituzione 1948 solamente nel 2004 per intercessione del Presidente del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

  3. MONTECCHI RENATO dice:

    Si dimentica molto FACILMENTE , per INCOMPETENZA , OPPORTUNISMO , IGNORANZA , o Perché a chi COMANDA , per farti incensare devi sempre dire che ha Ragione o per Posizione di Comodo che ti fa apparire Istruito . I REGIMI del 900 sono il Risultato , o meglio la RISULTANTE di una evoluzione della Storia Iniziata nell’800 contro quello che era lo Strapotere Oligarchico di Re , Imperatori , Chiesa Romana Cristiana e per questa bisognerebbe iniziare addirittura da Carlo Magno . Questi REGIMI ancora oggi Osannati dai media con storie di principi e altro , sono quelli che per mantenere il Potere hanno Massacrato e fatto massa- crare intere Generazioni . Il San Sepolcrismo é nato dal Capitalismo e il suo Sta- tuto messo in mano al sig. Mussolini in Svizzera a suon di Milioni dell’Epoca , che ha usato le Camice Nere (sulla falsariga dei Neri usati nei primi del 900 in America contro gli Operai e Socialisti Operando STRAGI di Civili e Operai , leggere “” il TALLONE di FERRO “” di Jak London) per Uccidere i Rossi indicati dai sacerdoti che si arrotolavano le Tonache e partecipavano ai pestaggi , Dopo aver ASSAS- SINATO Don MINZONI , MATTEOTTI che era amico e Compagno di mio Padre , come nel 19 lo era stato Mussolini , ospite nell’Albergo di mia Nonna durante la Occupazione Armata delle Fabbriche , la nostra Famiglia ebbe l’Ennesimo Assalto delle camice Nere e dei Carabinieri del RE e poi mio Padre ebbe il III° TRIBU -NALE SPECIALE . Io porto il nome del II° morto da quei signori il III° la Vigilia di Natale del 44 e il IV° in Francia – Parigi , del gruppo dei F.lli ROSSELLI . Stalin era un Seminarista Ortodosso ( Gesuita , contro la Ns. Chiesa ) che lo stesso Lenin disse che non doveva essere un Dirigente , e le conseguenze si sono viste nel tempo segue