“Almaviva, dopo otto anni da precari ora temiamo la chiusura”

DSC_0242adi Loredana Butera

“Buongiorno sono Loredana e chiamo da Almaviva Contact per conto di…”.Con frasi come questa io, come i colleghi Maria, Giovanni, Massimo, Tiziana, Francesca, Laura, Michele, tutti operatori telefonici ‘outbound’, proponiamo offerte ai clienti di Wind, Sky, Tim, Telecom, Eni, Vodafone. Così iniziamo le telefonate che, da ben otto anni, sono il nostro lavoro, il nostro pane quotidiano. Siamo gli uomini e le donne dei call center, diplomati e laureati, padri e madri di famiglia, separati, vedovi, single e viviamo dal 2008 con l’angoscia del rinnovo del contratto perché il nostro lavoro è sinonimo di precariato.

La società Almaviva Contact solamente a Palermo, la mia città, dove il tasso di disoccupazione è elevatissimo, conta su due sedi nelle quali operano circa 4.000 operatori, dei quali 1.000 sono i cosiddetti Lap ( lavoratori a progetto) oggi conosciuti come co.co.pro (collaboratori di collaborazione a progetto). In tutta Italia l’azienda vanta 15.000 operatori tra dipendenti (servizio inbound con chiamate in entrata) con contratto a tempo indeterminato e Lap (servizio outbound con chiamate in uscita) con contratto a termine di un mese.

Tanti di noi, finiti gli studi, avrebbero ambito ad avere ‘il posto fisso’, magari in una amministrazione pubblica o privata, con un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio sicuro. Ma tutto questo è diventato una chimera. Così, pur di guadagnare qualcosa, abbiamo accettato l’impiego in un call center nonostante la precarietà e i compensi pari al ridicolo. Il lavoro di operatore ‘outbound’ inizia dopo una settimana circa di formazione non retribuita. I formatori, che spesso sono gli stessi operatori dipendenti ‘inbound’, insegnano ai futuri Lap il funzionamento del sistema operativo con qualche trucchetto di vendita. Alla fine di questa fase, l’azienda fa firmare al candidato il contratto, spesso scritto in modo da rendere quasi impossibile carpire il valore monetario dello stipendio mensile.

Dal 2008 al giugno 2013 il contratto aziendale dei Lap è stato accettabile poiché i committenti non avevano ancora delocalizzato il lavoro in paesi stranieri, contando su una situazione ancora stabile in Italia. Alla fine del mese, i gettoni di presenza per gli operatori preposti alla vendita erano abbastanza soddisfacenti anche se il contratto era caratterizzato da: zero diritti, zero malattie riconosciute, niente ferie pagate e mille doveri.

La società ha sempre approfittato del timore del mancato rinnovo del contratto degli operatori ‘outbound’, attraverso l’influenza psicologica dei ‘team leaders’ messi a capo del settore di vendita. Non è inusuale sentirgli dire: “Ragazzi quello che vi chiediamo è possibile, anche se si tratta di fare ancora sacrifici”. Ma le loro richieste in realtà hanno a che fare con gli obiettivi aziendali (premi produzione e scatti di mansione falsamente rapportati allo stipendio dell’operatore e anche alla continuità lavorativa dello stesso). Più l’obiettivo sembra lontano, più il team leader si rivolge agli operatori con frasi come questa: “Dobbiamo farcela, il committente ha detto che toglie la commessa, il futuro lavorativo dipende da voi e fuori da quella porta non troverete nulla, quindi tenetevi caro questo perché ci sono altre persone che vorrebbero essere al vostro posto. Se la commessa chiude sarete voi a perdere il lavoro”.

almaviva gruppoNell’agosto del 2013 azienda e sindacati hanno stipulato un accordo collettivo nazionale che avrebbe dovuto tutelare l’operatore ‘outbound’. Come? Prevedendo venisse retribuito con una paga mensile pari allo stesso stipendio di un operatore dipendente di ultimo livello. In pratica lo stipendio doveva aggirarsi intorno alle 600 euro lorde al mese su un turno di 4 ore lavorative (un’ora aveva come valore 5.68 euro lorde).

Almaviva ha interpretato a modo suo. Il famigerato fisso di 600 euro è diventato un paracadute dato solo nel caso in cui l’operatore attraverso le vendite non riuscisse a raggiungere questo importo. In sostanza, in base all’effettiva presenza dell’operatore in cuffia si creava lo stipendio finale. Altra chicca dell’accordo collettivo nazionale è stata la ‘conciliazione’: un atto che il Lap ha dovuto firmare per avere una continuità lavorativa ma con il conseguente annullamento di tutta l’anzianità contrattuale da 2008 al 2013. Firmando, abbiamo rinunciato consapevolmente alla possibilità di assunzione a tempo indeterminato e a una possibile vertenza nei confronti dell’azienda. Con l’avvento della conciliazione e con la crisi dovuta alla delocalizzazione, il Lap, privo di efficaci tutele sindacali, si è trovato a subire maggiori angherie, minacce e vessazioni psicologiche.

Poi, nel settembre del 2015 Almaviva, in maniera unilaterale, ha deciso di optare, come sistema retributivo, per il ‘Talking Time’, contratto che prevede che l’ora effettiva di parlato venga quantificata in 5.68 euro. Chi non è mai stato ‘in cuffia’ potrebbe pensare che sia semplice raggiungere un’ora di parlato ma per riuscirci il numero di chiamate dovrebbe essere enorme poiché tra segreterie, contatti errati e chiamate dalla durata media di 3 minuti, questi risultati si raggiungono in quattro ore di turno. Insomma, succede che in un giorno di quattro ore lavorative l’operatore vada a casa con 5 euro.

Ora l’azienda si sta anche organizzando per spostarsi all’estero (Tirana, Durazzo, Croazia, Romania, Brasile) dove gli operatori costano la metà rispetto all’Italia. I committenti come Wind, Sky,Vodafone, Tim, Mediaset saranno gestiti da paesi dove la politica di riservatezza dei dati sensibili dei clienti è pressoché inesistente.

Questa è la mia e la nostra storia, la storia di tante persone la cui dignità viene spesso calpestata e che cercano, nonostante tutto, di guardare al futuro senza perdere la speranza.

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2 commenti su ““Almaviva, dopo otto anni da precari ora temiamo la chiusura”

  1. Michele Salcito dice:

    I nostri giovani non meritano di essere trattati in questo modo. La politica, gli industriali, i sindacati e tutti gli esperti che paghiamo nelle università a fior di quattrini si attivino affinché non venga alimentata quella rabbia che, in parte, è la stessa che generò i brigatisti, coloro che proprio il 16 marzo (del 1978) rapirono e poi uccisero Aldo Moro. Dobbiamo modificare il modello economico? quello sociale? quello educativo? Ebbene, facciamolo, ma al più presto. Cerchiamo di fare in modo che quando non ci saremo più, i nostri giovani possano essere fieri del nostro operato. Se così non dovesse essere, allora significa che abbiamo pensato solo a noi stessi e sarebbe un bel fallimento! Ne siamo consci e quindi lo possiamo evitare.

    • LUIGI CROCCO dice:

      …é inutile il passato peggiore addirittura politico economico sociale sui redditi in Italia da qualsiasi governo deve essere riproposto presente sul fascino dei voti