“Dedico il premio Cutuli a chi fa ‘resistenza’ con inchieste e impegno civile”

foto per biodi Amalia De Simone

Passeranno gli anni, diventerò più esperta ma cosa ho provato appoggiando la mano sulla tomba dove è sepolta Mariagrazia Cutuli non saprò mai spiegarlo.

Questo premio a lei intitolato ha a che fare con la memoria, quella che non deve perdersi, che vive nella testimonianza di un lavoro prezioso e che diventa esempio. Per me lo è stato.

Non l’ho conosciuta che dai racconti di alcuni amici, inviati di guerra all’estero che incrocio quando invece raccontano le trincee di casa nostra e che io, da anni, ormai frequento. L’ho incontrata invece nei suoi reportage, quelli che sapevano attraversare la storia indagando la guerra con un occhio rivolto anche ai suoi risvolti sociali: i profughi, le donne e il burqua, la tratta dei bambini. Tutto questo per me e per tanti altri giornalisti è un’eredità da tenere sempre presente per la passione, il metodo, il rigore, il rispetto, l’umanità che involontariamente insegna. Quando ho saputo di aver vinto il premio Cutuli mi sono sentita felice e subito ho pensato che la giuria e la famiglia di Mariagrazia, stavano facendo un’operazione molto coraggiosa. Sì, perché è un premio assegnato ad un nuovo modo di fare giornalismo d’inchiesta, nel mio caso per il corriere.it, e all’impegno civile, per l’attività di volontariato che svolgo dirigendo Radio Siani, una web radio che ha sede in un bene confiscato ad un boss della camorra.

Questo premio arriva dopo che ho scoperto e raccontato traffici internazionali di droga attraverso i carichi di pesce provenienti dal sudamerica; la tratta dei bambini avviati alla prostituzione, documentando la vendita di ragazzini di sei, undici, quindici anni; le aziende coinvolte nei business dei rifiuti tossici nella terra dei fuochi campana e ultimamente anche nel nord Italia; i sistemi di riciclaggio di denaro delle organizzazioni criminali; gli sprechi della ricostruzione post terremoto. Potrei andare avanti a lungo ma in realtà quello che faccio è qualcosa di comune a tanti giovani reporter che continuano nella normalità a fare giornalismo d’inchiesta, di denuncia, senza vestirsi con abiti da supereroi, ma facendo semplicemente quello che è giusto, quello che deve essere fatto, quello che appunto è normale.

Quest’anno tutti i premiati, io, Lynsey Addario, Andrea Tuttoilmondo, Laura Anello, apparteniamo ad un giornalismo che ha in qualche modo messo insieme i “ferrivecchi” del mestiere e i “ferri nuovi”, un giornalismo cioè fatto un po’ all’antica ma sfruttando le nuove tecnologie e i nuovi modi di comunicare. Senza i ferri vecchi troverei difficile capire, scovare e verificare i fatti, le notizie, quelle che gli altri ancora non hanno o quelle che si vorrebbe raccontare da un punto di vista inedito. Stare dentro i fatti è sempre il miglior modo per capirli e cercare poi di raccontarli. Ancora di più se fai un lavoro di indagine. Leggere documenti, parlare con la gente, vedere con i propri occhi cosa succede, infilarsi in situazioni a volte anche rischiose pur di verificare una notizia sono sempre lo strumento migliore. Senza i ferri nuovi sarebbe difficile documentare senza perdere un po’ di efficacia, e allora vale la pena imparare ad usare la tecnologia, a girare con la telecamera, progettare, scrivere e montare le proprie inchieste, scegliere la musica che le accompagnerà per far si che diventino più fruibili.

Nel mio caso grazie al corriere.it ho intercettato un’ utenza sorprendente, quella del web, del giornale on line. Ho usato il termine sorprendente non a caso, perchè è trasversale, va perfino al di là dei target delle testate giornalistiche. Le notizie diffusa sul web viaggiano per conto loro, girano attraverso i social network e si diffondono rapidamente anche a livello internazionale. Il premio Cutuli ha raccontato questo spaccato e ha scelto di dare un riconoscimento a chi fa il mestiere di giornalista sul campo, cercando di utilizzare tutti i mezzi che la tecnologia mette a disposizione per veicolare le notizie.

Divido questo premio con tante persone. Con la mia famiglia, ovviamente, quella fatta d’amore e comprensione. E con altre famiglie: la famiglia del corriere.it, quella fatta dai colleghi che ti supportano, ti consigliano, ti assistono e lavorano tanto. Senza una buona impaginazione, un buon titolo, una buona foto i miei lavori non avrebbero la stessa efficacia. Senza un capo come Iacopo Gori che nelle difficoltà non mi ha mai lasciata sola e che coraggiosamente sceglie di pubblicare inchieste a volte molto scomode e di dare loro risalto mettendole anche in apertura di giornale, il mio lavoro sarebbe sicuramente meno forte. Senza un direttore coma Ferruccio De Bortoli, che non fa una piega quando, insieme a me riceve lettere dal camorrista di turno che non ha gradito qualche videoinchiesta o la minaccia di querele temerarie a fronte di un lavoro che evidentemente ha dato fastidio a qualcuno, non potrei andare avanti nel lavoro che faccio, soprattutto perché come tanti altri, sono una precaria. Tutto questo non è scontato e posso dirlo con cognizione di causa avendo spesso trovato in passato sul mio cammino editori e colleghi graduati senza scrupoli di fronte ai quali ho sempre scelto però di non abbassare la testa, anche se sapevo che in qualche modo l’avrei pagata.

Divido questo premio con i tanti giornalisti precari e freelance che mandano avanti i giornali e invece faticano ad arrivare a fine mese, soprattutto quelli della mia generazione, la generazione saltata, quella a cui per la crisi, l’inadeguatezza dei contratti e una serie di politiche sbagliate è stata negata opportunità di lavorare con serenità. Infine divido il premio con tutti i volontari di Radio Siani emittente che venerdì 21 novembre ha compiuto 5 anni. Per festeggiarci abbiamo deciso di trasmettere tutto il giorno live facendo il punto sulle mafie in Italia con collegamenti da tante città. Abbiamo messo gli altoparlanti sul balcone perché tutti potessero sentire cosa stavamo facendo, anche gli spacciatori, i camorristi in erba che bazzicano sul corso, coloro che ci hanno mandato a minacciare fin sulla radio mentre c’era una scolaresca in visita o che hanno fatto sostare una bara sotto il nostro balcone. Tutti dovevano sapere, perché noi tutti i giorni accogliamo i loro figli che vengono a studiare, a vedere cosa trasmettiamo e tornano in famiglia con un’idea diversa della camorra che non è più quella che li fa “campare” ma che è quella che gli porta via i loro papà, in carcere o morti ammazzati, che uccide gli innocenti, che ti ruba le opportunità. A tutti i ragazzi che in terra di camorra mandano avanti questa radio dedicata ad Giancarlo Siani un giornalista ucciso perché faceva bene il suo lavoro, come Mariagrazia Cutuli, dedico questo premio perché continuino la loro “resistenza”.

 

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