“Ecco i quattro punti di forza delle imprese high-tech degli Usa”

foto-cometto1-wdi Maria Teresa Cometto

Oggi l’alta tecnologia è il secondo settore per importanza a New York, dopo la finanza.

Ci lavorano 262 mila persone, che guadagnano 30 miliardi di dollari di stipendi l’anno. Dal 2007 a oggi un terzo dei nuovi posti di lavoro in città è stato creato nel settore high-tech. E ogni giorno sul sito “we are made in ny” http://wearemadeinny.com/find-a-job/  si vedono oltre 1.500 imprese tecnologiche che vogliono assumere ingegneri, programmatori e molte altre figure professionali come contabili, venditori, pubblicisti e così via.

Per questo sempre più giovani da tutto il mondo, Italia compresa, vengono a New York a cercare occasioni di lavoro nell’high-tech o a cercare fondi e partner per creare una propria startup. Alcuni di questi giovani hanno accettato di raccontare la propria storia il 23 maggio al Presidente della Camera Laura Boldrini, in visita a New York. Un tema dell’incontro è capire quali sono gli ingredienti del successo della comunità di startup innovative a New York e capire se sono replicabili in Italia. Sulla base della mia esperienza di giornalista dal 2000 a NYC e co-autrice di un libro incentrato proprio sulla storia e i protagonisti del boom tecnologico newyorkese – posso riassumere quegli ingredienti in cinque punti.

Il primo punto di forza di NY è la diversità della sua economia e della sua vita sociale. Insieme alla finanza e a Wall Street, ci sono i media, la pubblicità e il mondo dello spettacolo,  il business immobiliare, la moda e la ristorazione, importanti centri di ricerca e pratica medica, grandi istituzioni universitarie. Le startup sono nate e cresciute partendo da questa realtà, facendo tesoro del patrimonio di conoscenze accumulato in questi settori e poi usando le tecnologie digitali per proporre modelli alternativi di business.

Il secondo ingrediente è lo spirito imprenditoriale delle persone che vivono qui: sono gli imprenditori che non hanno paura dei fallimenti e quando hanno successo non si fermano, vanno avanti e reinvestono preparando il terreno per la successiva generazione di imprenditori.

Il terzo fattore sono i soldi, che a New York sono non solo abbondanti, ma anche  associati a due importanti elementi culturali: la disponibilità di chi ce li ha ad assumersi rischi nell’investirli e il “giving back”, la naturale tendenza a ridare una quota della propria ricchezza alla comunità.

Il quarto ingrediente del successo delle startup newyorkesi è il loro sentirsi e celebrarsi come una comunità: tutti sono disponibili a fare i mentori dei giovani, a offrire il loro tempo e la loro testimonianza per far conoscere e celebrare la storia della New York tecnologica.

Infine il boom tecnologico è stato incoraggiato anche dal governo cittadino di Michael Bloomberg, soprattutto dopo la grave crisi finanziaria del 2008: la sua è stata una politica fatta di attenzione e incoraggiamento alle startup e incentivi alle strutture, come gli incubatori, dove i neoimprenditori possono muovere i primi passi; ma niente gestione diretta o soldi distribuiti a pioggia.

Quali le possibili lezioni per l’Italia? Una è che bisogna partire dai propri punti di forza, sapendo che anche le industrie più tradizionali – dall’alimentare al turismo e alla moda – possono essere innovate e rilanciate con le nuove tecnologie. Un’altra è che bisogna valorizzare le storie italiane di successo: non bisogna aver paura né aver vergogna di fallire per aver provato a fare una cosa nuova che non ha funzionato; ma quando funziona, bisogna celebrarla e usarla come strumento di marketing e come esempio che ispira altri giovani a rischiare e a lavorare duro per farcela. E a proposito del ruolo della pubblica amministrazione: deve creare un clima favorevole allo spirito imprenditoriale, senza volersi sostituire ai veri protagonisti dell’innovazione e dello sviluppo economico, gli imprenditori.

“Quello che è successo a NY può succedere ovunque ci sia spirito imprenditoriale e la libertà di innovare”, ha scritto un importante venture capitalist newyorchese, Fred Wilson. Quindi può succedere anche in Italia, soprattutto ora che anche gli investitori americani – come ha detto Wilson – si stanno accorgendo che l’Europa è un fantastico mercato su cui scommettere, grazie al grande talento e alle capacità tecnologiche e professionali degli europei; grazie ai nuovi modelli di business che possono trasformare tutte le industrie; e grazie alle dimensioni del mercato europeo, che con 400 milioni di consumatori è più grande di quello degli Stati Uniti. L’Italia può e deve approfittare di questo momento”.

Maria Teresa Cometto è  una giornalista italiana con 30 anni di esperienza nei media. Dal 2000 lavora a New York occupandosi di business, mercati finanziari e high-tech per il Corriere della Sera e per il blog StartupItalia!. E’ co-autrice con Alessandro Piol del libro “Tech and the City”. Twitter: @mtcometto

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