“La mia infanzia negata: lavoro minorile, carcere e desiderio di riscatto”

lavoro-minorilewdi Furio Rosati

“Ho cominciato a lavorare da piccolo, a 14 anni. Ho fatto il meccanico, ma non mi piaceva, mi facevano fare soltanto cose banali, come pulire.

Non mi trovavo bene né con il capo né con i colleghi, perché mi trattavano come ‘il piccolino’. Lavoravo dalle 8 alle 12 e dalle 14 alle 19. Imparavo poche cose e alla fine mi trovavo sempre a guardare il pavimento. Mi avevano promesso che mi avrebbero assunto, invece dopo un mese di lavoro non mi hanno più preso.

A scuola ho provato, ma mi hanno bocciato un paio di volte e ho lasciato perdere. Poi ho fatto sempre lavoretti, anche quando ero un po’ più grande, ma erano sempre occasionali, lavavo le macchine o facevo le pulizie. A volte lavoravo anche con mio fratello. Lo facevo per aiutare mia madre, per non chiederle sempre i soldi. Cercavo lavoro come barista, come commesso, ma non mi prendevano perché non avevo esperienza in quel campo. Poi a 17 anni mi hanno arrestato per rapina e aggressione. Lo Stato non ti aiuta a trovare lavoro e mi sono detto, se non mi aiuta lui, mi aiuto da solo. Non potevo chiedere sempre a mia mamma. Siamo tre figli e lei guadagna poco, con 800 euro al mese deve pagare le bollette e tutte le spese. Qualsiasi ragazzo a quel punto penserebbe: “Ora vado in giro e faccio una rapina anche se i tuoi non te lo chiedono”. Se mi avessero offerto un lavoro, un lavoro serio, 6 ore al giorno, a 600 euro, anche se mi avessero sfruttato, io ci sarei andato e non avrei fatto casini. Ho sbagliato e ora sto pagando, ma quando uscirò voglio andare a lavoro, voglio un lavoro vero, perché non voglio fare una vita da criminale. Qui in carcere sto lavorando. Mi stanno aiutando molto. Ho fatto il giardiniere e adesso il muratore. Mi piacerebbe fare il muratore una volta fuori da qui, il sabato vado in un cantiere e spero di poter continuare. Quando mia madre viene a trovarmi, le faccio vedere quello che ho fatto in carcere e lei è più orgogliosa di me. Ma comunque pur di lavorare farei qualunque cosa”.

E’ la testimonianza di infanzia negata di un giovane italiano oggi diciottenne, che chiameremo Giuseppe, raccolta da Save the Children nel corso di una recente indagine sul lavoro precoce e il rischio di devianza minorile. Ma la storia di Giuseppe, purtroppo, non è un caso isolato e non riguarda un paese lontano. Quello che emerge dalle ultime indagini sul lavoro minorile in Italia è, al contrario, un fenomeno diffuso e in crescita.

Un piccolo esercito di camerieri, braccianti agricoli, manovali, venditori ambulanti, perlopiù italiani, molti con esperienze lavorative anche al di sotto dei 13 anni. Il lavoro minorile in Italia è, tuttavia, un fenomeno poco indagato e decisamente sottovalutato, come in molti altri paesi ad alto reddito. Un grave errore che rischia di trasformarsi in una crisi sociale se non affrontato in maniera strutturata attraverso un vero e proprio Piano nazionale contro il lavoro minorile. Una combinazione di fattori legati alla crisi economica – che vanno dalla perdita di reddito delle famiglie, ai tagli consistenti alla spesa sociale con il conseguente aumento del rischio abbandono scolastico, in Italia particolarmente elevato – ha alimentato l’esposizione dei minori a gravi forme di sfruttamento.

In occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile del 12 giugno, l’ILO ha chiesto al governo italiano di riavviare un dialogo rispetto all’adozione di un piano d’azione per monitorare e combattere il fenomeno come previsto dall’articolo 6 della Convenzione sulle peggiori forme di lavoro minorile (numero 182), di cui l’Italia è stata tra i primi paesi firmatari. Non possiamo aspettare il prossimo 12 giugno per ridare speranza nel futuro a Giuseppe e a molti altri bambini e bambine.

Foto di Francesco Alesi/Save the Children

Furio Camillo Rosati è professore di Finanza Pubblica presso la facoltà di economia dell’università di Tor Vergata, a Roma. E’ responsabile del progetto “Capire il lavoro dei bambini” (UCW), un’iniziativa di ricerca inter-agenzie sul lavoro minorile che coinvolge l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, l’UNICEF e la Banca Mondiale. UCW è stata fondata nel 2000 ed è finalizzata a migliorare l’informazione e la capacità di ricerca nel campo del lavoro minorile e dell’occupazione giovanile.

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Un commento su ““La mia infanzia negata: lavoro minorile, carcere e desiderio di riscatto”

  1. aldo tufano dice:

    Andavo alle elementari, più piccolo del protagonista di questa storia, in casa eravamo in undici, mia madre, pur di non tenermi per la strada, pagava un ciabattino che mi tenesse a bottega, guardavo ed imparavo, più grandicello, verso i dodici anni, entrai in una tipografia/legatoria, guardavo ed imparavo, a sedici anni ero già rilegatore e tipografo, mi sfruttavano e mi pagavano poco, naturalmente senza documenti, A 17 anni, stufo di farmi sfruttare, lasciai Napoli per il piemonte: trovai subito lavoro, mi misero a posto con i documenti, decisi di rimanere. A 20 anni sono entrato nei Carabinieri, nella mia famiglia l’onestà veniva prima di tutto. Finito la ferma, sempre in piemonte, ho trovato lavoro, e mi sono fatto una famiglia, ora sono nonno e ho due splendide nipotine, una giusta pensione e una moglie piemontese che mi vuole bene, ho molti amici e sono benvoluto. La storia che ho letto prima, mi fa pensare che l’uomo e vittima di se stesso, o dei suoi compagni, o del suo ambiente, nessuno è buono o cattivo.