Rapporto Stato sociale 2015: crescono diseguaglianza e precarietà

IMG_8852di Felice Roberto Pizzuti

Il Rapporto sullo Stato sociale 2015 affronta come tema specifico la “grande recessione” iniziata tra il 2007 e il 2008 che ha colpito particolarmente l’ Europa e, ancor più, l’Italia.

Nelle ultime settimane, anche nel nostro sistema economico, sono emersi segnali interpretati come l’inizio  di una positiva inversione di tendenza. Per la verità, negli ultimi sette, otto anni non è la prima volta che ci siano stati segnali di ripresa, ma – purtroppo – finora le attese di una svolta positiva  sono state sistematicamente smentite. Peraltro, nel dibattito internazionale si discute anche l’ipotesi che sia in atto una “stagnazione secolare” che graverebbe sulle economie avanzate per effetto delle tendenze demografiche in calo e della crescente difficoltà di convertire gli sviluppi tecnologici in miglioramenti sostenibili della produttività e della produzione.

Nel Rapporto si richiama l’attenzione sulle cause strutturali della crisi globale, sulle aggravanti specifiche operanti nella zona dell’euro e su quelle che riguardano il nostro sistema economico. Tra le prime, se ne segnalano tre di particolare rilievo: a) la crescita delle diseguaglianze, che non ha solo una valenza sociale e politica, ma indebolisce la domanda, la crescita e l’occupazione; b) l’aumento della precarietà che riguarda l’occupazione, i redditi e le condizioni di vita, rendendo instabili non solo gli equilibri sociali, ma anche quelli economici poiché frena gli investimenti e i progetti innovativi di lungo periodo; c) lo squilibrio  intervenuto nei rapporti tra gli stati nazionali e i mercati, con i secondi che si sono globalizzati e resi autonomi dai primi,  ma indebolendo le capacità stabilizzatrici delle istituzioni rispetto all’incertezza tipica delle scelte private.

In Europa, la maggiore gravità della crisi è connessa alle modalità del processo di costruzione dell’Unione che sta attraversando una fase critica oramai prolungata. Ad essere chiamate in causa sono la visione e l’efficacia delle politiche comunitarie che, in nome di una “austerità” incongruente sia sul piano analitico che dei risultati concreti, sta pericolosamente disamorando i cittadini europei verso il progetto unitario, alimentando la miopia dei localismi.

Il minor rilievo accordato dalla Commissione europea agli obiettivi sociali contribuisce a spiegare l’aumento delle persone a rischio di povertà ed esclusione sociale che sono arrivate ad essere 123 milioni, pari al 24,5% della popolazione europea.

Nel nostro paese, la crisi economica e il peggioramento degli indicatori sociali sono stati più accentuati della media europea, alimentandosi l’un con l’altro. Dal 2007 al 2014, mentre nella Zona Euro il PIL è rimasto sostanzialmente fermo, in Italia è diminuito di circa 9 punti; il tasso di disoccupazione, che nell’area valutaria comune è cresciuto di 3,7 punti percentuali, nel nostro paese è aumentato di quasi 7 punti. D’altra parte, fatta pari a 100 la spesa sociale pro capite a prezzi costanti dell’Unione a 15, quella italiana è diminuita da 81,4 nel 2007 a 74,8 nel 2012. Anche le diseguaglianze economiche e la riduzione della quota dei salari sul Pil da noi si sono accentuate più che nella media europea.

Il nostro sistema economico, sociale e politico ha avuto difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti iniziati in ambito mondiale già negli anni Ottanta del secolo scorso. La competitività è stata cercata seguendo la via “bassa”, cioè privilegiando la riduzione del costo del lavoro e aumentando la flessibilità d’impiego dei lavoratori, trascurando invece gli investimenti innovativi e la formazione del capitale umano.

La nostra spesa pubblica per istruzione è scesa al 4,2% del Pil contro il 5,3% della media europea e siamo al penultimo posto nell’EU15. Dal 2008 al 2011 la spesa per studente è diminuita del 12% e siamo sotto la media europea di 13 punti percentuali. I nostri docenti sono tra i meno pagati (l’83% della media Ocse; il loro stipendio è pari al 60% del guadagno medio di un lavoratore italiano laureato). Sia per trovare un posto di lavoro che per la sua remunerazione, da noi studiare all’università conviene meno che negli altri paesi europei;  non è strano che nella popolazione tra i 30 e i 34 anni, solo il 22% è laureata, contro il 40% dell’EU15.  Negli ultimi anni le politiche per l’istruzione e la ricerca si sono adattate al declino produttivo del nostro paese che, nel suo insieme, non sembra fatto per persone istruite.

La Commissione Europea da anni non esprime più preoccupazioni per la sostenibilità finanziaria del nostro sistema pensionistico (mentre continua a farlo per altri paesi); invece ci ha richiamato ad accrescere la nostra spesa per istruzione e formazione. E’ nell’istruzione che emerge una nostra vera anomalia.

La sostenibilità finanziaria del nostro sistema pensionistico pubblico era stata assicurata già dalle riforme degli anni ’90 del secolo scorso. Dal 1996, il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali è attivo per valori che hanno superato anche il 2% del Pil; nell’ultimo anno è stato di 21 miliardi di euro.  Nel prossimo ventennio la pensione media si ridurrà sempre più rispetto al salario medio, passando dal 45% attuale al 33% nel 2036.  Per evitare che un gran numero di pensionati riceva prestazioni inadeguate e si crei una vera e propria emergenza sociale, nel calcolo della pensione sarà necessario includere contribuzioni figurative connesse ai periodi di disoccupazione involontaria. Il loro finanziamento potrà avvenire con modalità di solidarietà interna ovvero attingendo ai ricordati saldi attivi tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali.

Felice Roberto Pizzuti è professore ordinario nella Facoltà di Economia di “Sapienza”, Università di Roma e direttore del Master in Economia Pubblica attivo presso il Dipartimento di Economia e Diritto. Insegna Politica Economica e Economia e Politica del Welfare State. E’ autore di molti libri e articoli, scientifici e giornalistici, pubblicati in Italia e all’estero. Studia, in particolare, le problematiche dello stato sociale e le loro interconnessioni con la globalizzazione e con la crisi, con la costruzione dell’Unione europea e con l’economia italiana.

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Un commento su “Rapporto Stato sociale 2015: crescono diseguaglianza e precarietà

  1. Cosetta dice:

    Grazie x aver illustrato in maniera così profonda e concisa il Rapporto Sociale 2015