Da bimba ribelle ad ambasciatrice Amref contro le mutilazioni genitali

di Nice Nailantei Len’gete

Mi chiamo Nice. Ho 25 anni e sono una normalissima giovane donna. Amo stringere nuove amicizie, viaggiare, studiare. Ciò che amo di più in assoluto, però, è lavorare con la mia comunità.Sono una maasai, nata in un piccolo villaggio del Kenya alle pendici del monte Kilimangiaro; un luogo straordinario, dove il cielo azzurro incontra la terra rossa per mezzo della cima perennemente innevata del vulcano più celebre d’Africa.

Non avrei mai immaginato di arrivare a conoscere personalmente alcune delle più importanti personalità del XXI secolo, di far visita o sedere allo stesso tavolo di lavoro di alti rappresentanti delle istituzioni di tanti Paesi del mondo. Persone che con il loro potere decisionale, il ruolo che ricoprono o hanno ricoperto, l’influenza che hanno, possono imprimere un concreto cambiamento nella società. Bill Clinton e Barack Obama, per citare due tra i nomi più noti, ma anche tante donne eccezionali, come Lalla Malika Issoufou, Première Dame del Niger, o le italiane Emma Bonino, già Ministro degli Esteri, e Laura Boldrini,  Presidente della Camera dei Deputati. Quest’ultima mi ha ricevuta proprio di recente presso la sede dell’organo legislativo che presiede, a Roma. È stato un incontro molto intenso, sono lieta di averla conosciuta, ammiro la sua forza e la determinazione che dimostra, anche nel suo impegno per la parità di genere. Essere donna è complicato a qualsiasi latitudine, purtroppo!

Ad ogni modo, nulla di ciò che faccio oggi sarebbe stato possibile se 17 anni fa mi fossi piegata al destino tipico delle bambine della mia età: la mutilazione genitale femminile. Avevo 8 anni ed ero rimasta orfana di entrambi i miei genitori. Assieme a mia sorella, che di anni ne aveva 10, venni affidata alla famiglia di mio zio e per noi giunse presto il momento di sottoporci al Rito di Passaggio, la cerimonia tradizionale  che, attraverso il taglio genitale delle bambine, segna la loro transizione dall’infanzia all’età adulta. Ciò che ne segue è il matrimonio, la vita coniugale, i figli.

Decisi che quella non sarebbe stata la mia vita. Non volevo che la scuola, che tanto amavo, divenisse per me solo un lontano ricordo. Non immaginavo me stessa intenta in faccende domestiche, né tantomeno, mi vedevo già madre. Io ero solamente una bambina. E poi, non volevo morire. Avevo visto con i miei occhi altre 3 ragazzine della comunità perdere la loro giovane vita a seguito del taglio.

Fu così che convinsi mia sorella a fuggire insieme a me, alla vigilia della cerimonia. Scappammo e ci rifugiammo su di un grande albero, un baobab. Rimanemmo in attesa tutta la notte, appollaiate, così tenacemente aggrappate al futuro e alla libertà. Alle prime luci del giorno, passato il rischio di diventare facili prede di animali selvatici, ci incamminammo verso la casa di nostro nonno. Venti chilometri nella sconfinata savana. Quell’’asilo politico’ non durò molto. Mio zio e gli altri membri della comunità ci trovarono, fummo picchiate e ci venne intimato di promettere che non saremmo mai più fuggite.

Trascorse un anno, per me altri 12 mesi di pagine di quaderni e libri di scuola. Una gioia. Poi di nuovo le vacanze estive, di nuovo il momento dei Riti di Passaggio. Mia sorella, ancora troppo ferita, nell’animo più che nel corpo, capì di non poter fuggire un’altra volta. Coprì però la mia fuga e non rivelò il mio nascondiglio. Le fronde di quel grande albero mi accolsero nuovamente, come un ventre materno custodisce un figlio, e mi assicurarono la salvezza. Passò la notte e poi fu ancora giorno e ancora, come un anno prima, cominciai il lungo cammino verso l’abitazione del nonno. Fu con lui che iniziai la mia battaglia, per convincerlo a difendermi, a non lasciare che mi mutilassero, perché ero ancora una bambina. Fu lui che mi consentì di prendere tempo, di proseguire gli studi, di vivere la mia infanzia senza dovermi trasformare improvvisamente in un’adulta. Mi permise di non subire alcun taglio al mio futuro.

L’unica ragazzina del mio villaggio ad andare a scuola, a proseguire con l’istruzione superiore, ad andare all’università. Non smisi neanche per un momento di lottare affinché anche le altre bambine potessero seguire un percorso analogo al mio. Cercavo di convincere gli anziani, i membri più influenti della comunità, i giovani guerrieri Moran, le donne, che la mutilazione era una pratica da abbandonare.

Nel 2009 Amref Health Africa – principale organizzazione sanitaria senza fini di lucro che opera nel continente africano – iniziò a lavorare fianco a fianco con la mia comunità. Mi prese tra le sue fila, dotandomi delle conoscenze teoriche e tecniche che mi mancavano per rendere la mia opera di convincimento ancora più efficace. Iniziammo assieme a lavorare sulla costruzione di Riti di Passaggio Alternativi, identici ai tradizionali nei colori, nella festa, nelle danze. Gli stessi rituali, fatta eccezione per quello della mutilazione genitale femminile.

Dal 2012 ad oggi, grazie ai Riti di Passaggio Alternativi e all’incessante opera di sensibilizzazione e formazione, abbiamo salvato oltre 10.500 bambine. L’età adulta non passa più per una lametta, ma dai libri di scuola. Educhiamo le giovani, le formiamo sui temi della salute sessuale e riproduttiva, sensibilizziamo loro e la comunità sull’importanza per le ragazze di proseguire gli studi, di essere considerate al pari dei loro coetanei maschi. Non sono più sola, ora. A me si sono unite tante altre ragazze, che sfruttano la mia storia per dimostrare che un’alternativa è possibile. A loro volta diventeranno dei modelli di riferimento di altre ragazze, poi di altre ancora. Non ci fermeremo finché anche l’ultima bambina non sarà salva. Aggrappate alla vita come ai rami di quel mio grande baobab.

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3 commenti su “Da bimba ribelle ad ambasciatrice Amref contro le mutilazioni genitali

  1. Alessandro Pipino dice:

    Un grande plauso al coraggio e determinazione di NICE NAILANTEI di etnia Maasai per essersi opposta al rito tribale della mutilazione genitale femminile e per aver unito molte ragazze nella dura lotta contro un anacronistica, tradizionale, pratica inumana e pericolosa per la vita delle Donne, frutto di antichi pregiudizi..
    Un altra battaglia culturale da intraprendere è impedire i matrimoni combinati con le spose bambine, Continuate a lottare e l’ Umanità ve ne sarà riconoscente! Alassandro Pipino Montebelluna (TV).

  2. luisa alessandrelli dice:

    oggi ho letto una storia commovente e nel contempo forte nell’affermazione della propria libertà. liberi ci si nasce perché non si può imparare ad esserlo. la piccola nice da bambina era già grande e ha fatto tutto quanto fosse nelle sue possibilità. solo così il mondo può cambiare.

  3. giuseppe nasilli dice:

    Mj domando dove ha trovato tanto coraggio una bambina? Sembra inverosimile. Brava, bravissima! Le donne come Nice fanno sperare in un mondo migliore. Forza Nice! sono mentalmente con te.Giuseppe Nasilli – Montebelluna(TV)