“Europa: un’altra direzione è possibile”

w_IMG_8520_tagliataIntervista di Eurydice Bersi pubblicata dal quotidiano greco Kathimerini durante la mia visita ufficiale nel Paese ellenico.

di Eurydice Bersi

Dopo una lunga carriera come giornalista e come dirigente dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Laura Boldrini è stata eletta, per la prima volta, in primavera, come deputato del centro-sinistra in Italia. “Il secondo giorno che ho messo piede in Parlamento mi hanno proposto di diventare presidente”, ha detto. “Pensavo che mi prendessero in giro”. La 52enne Boldrini sostiene che la sua nomina e la scelta del procuratore Pietro Grasso, che conduce la campagna contro la mafia, come presidente del Senato, possono essere considerate come una risposta dei partiti tradizionali alle critiche del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo.

La presidente della Camera dei deputati della Repubblica italiana ritiene che i Paesi dell’Europa del Sud dovrebbero riunirsi intorno alla richiesta di misure di sviluppo e sottolinea che il cambiamento della strategia dell’Europa costituisce una priorità per evitare che le elezioni del Parlamento Europeo significhino “la fine del sogno europeo”.

Lei chiede la creazione di un “fronte comune” del Sud per combattere la disoccupazione. Come si potra’ realizzare?

“Le sole misure recessive non funzionano. Forse è giunto il momento di integrare le misure di austerità con altre che stimolino la crescita. I Paesi che sono più o meno nella stessa posizione dovrebbero alzare insieme la loro voce, proponendo misure concrete. Dobbiamo investire nell’occupazione giovanile, nella riduzione delle tasse di quelli che creano posti di lavoro; le banche devono finanziare le nuove imprese delle persone che hanno buone idee. Un’altra Europa è possibile.  Dobbiamo riformulare la visione politica dell’Europa se vogliamo ostacolare il successo dei partiti euroscettici, estremisti e xenofobi nelle elezioni per il Parlamento Europeo.  Esiste uno spread  democratico che non prendiamo in considerazione e guardiamo solo allo spread dei titoli”.

Ha provato a dire queste cose ai creditori?

“La mia prima visita ufficiale è questa ad Atene. Ho fatto questa scelta perché abbiamo molto in comune, a cominciare dai governi di coalizione che in entrambi i Paesi affrontano molti problemi. Inoltre condividiamo le frontiere esterne dell’Europa e siamo preoccupati dell’equilibrio tra il controllo delle frontiere e i diritti fondamentali. Tutta l’Europa dovrebbe essere coinvolta in questa materia, finanziandone anche il costo e noi dovremmo essere pronti a cedere un po’ di sovranità all’Europa. Nessun Paese vuole cedere poteri, ma tutti si lamentano perché l’Europa non risolve i problemi. Ripeto che molto dipenderà da come voteremo. Perché se voteremo per i partiti anti-europei, sarà la fine di un sogno. Nessuno dovrebbe essere indifferente a ciò che accade al di fuori dei suoi confini, perché prima o poi ne sarà influenzato”.

Questa affermazione non riguarda solo l’Unione Europea.

“Riguarda anche la Siria, l’Eritrea, la Somalia. Noi in Europa vogliamo fermare il flusso di persone e dispiegare le forze della Marina per pattugliare il Mediterraneo. Ma siamo davvero convinti che questa sia una soluzione? Se non esaminiamo le ragioni che spingono i giovani a giocare alla roulette russa in mare, non otterremo nulla. Dobbiamo investire un maggiore capitale politico nei Paesi che le persone sono costrette a lasciare. Dall’Eritrea la gente se ne va, perché uomini e donne vengono arruolate nell’esercito a 17 anni e sono costrette a rimanervi fino ai 50 anni.  Il dittatore Afeveki ritiene di essere ancora in guerra con l’Etiopia, perché l’Etiopia non riconosce la risoluzione delle Nazioni Unite per una striscia di terra. C’è spazio per negoziati politici e diplomatici. In Somalia regna da 20 anni il caos. Un’intera generazione di somali vive a Dadaab, nel campo profughi al confine con il Kenya, che ha una popolazione di 500.000 persone ed è la terza città più grande del Kenya, dopo Nairobi e Mombasa. Perché consideriamo che sia uno scandalo il fatto che un rifugiato tenti di raggiungere l’Europa?  L’80% dei rifugiati resta nel Sud”.

Che cosa si potrebbe fare, in concreto?

“Dovremmo prendere in esame i Paesi di sosta intermedia, come ad esempio la Libia, che spesso sono troppo pericolosi per i rifugiati e per gli immigrati. Se il nostro obiettivo è quello di salvare vite umane dovremmo offrire delle alternative. Esiste il programma delle Nazioni Unite per il reinsediamento, che controlla ciò che accade nei Paesi intermedi,  individua coloro che necessitano di protezione e li spedisce nei Paesi che accettano di ospitarli. Queste persone non hanno bisogno di entrare nei barconi pericolosi. Lo scorso anno sono state trasferite, in questo modo, nei 27 Paesi della Ue, appena 4.000 persone.  I soli Stati Uniti ne hanno accolto 50.000.  Si potrebbe inoltre consentire a quelli che lo desiderano di presentare i propri documenti ai Paesi intermedi.  Al contrario funziona, invece,  un circuito per il quale si pagano un sacco di soldi, si rischia la vita, migliaia muoiono ogni anno e la situazione non si risolve”.

La contro-argomentazione è che cosi’ verrebbero incoraggiati gli arrivi.

“No. Perché la gente non vuole andare lontano dalla sua casa. L’ 85% delle persone rimane nelle vicinanze, con la speranza di tornare a casa il più presto possibile. Guardate alla Siria. Ci sono 6 milioni di profughi interni e 2 milioni e mezzo di profughi nei Paesi limitrofi. Guardate quanti siriani arrivo in Europa. Pochissimi. E compiono solo ora il tentativo, non sin dall’inizio, perché sono ormai disperati per il fatto che la guerra continua per il terzo anno.  Abbiamo la fobia che tutti vogliano venire in Europa.  Ciò non succederebbe se ci fosse una politica regolare per l’immigrazione. Molti presentano domande di asilo, perché non esiste una via legale per l’emigrazione”.

Eurydice Bersi è una giornalista greca. Caposervizio esteri presso il quotidiano greco Kathimerini dal 1998. Ha studiato Comunicazione e Mass Media presso l’Università di Atene e Giornalismo internazionale presso la Hogeschool van Utrecht e la Journalisthojskole danese.
 
http://www.ekathimerini.com/4dcgi/_w_articles_wsite3_1_15/11/2013_528052
 
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