“I media occidentali su Ebola tra indifferenza ed allarmismo”

paola-manduca-wdi Paola Manduca

Il 4 giugno 2014 l’associazione umanitaria Medici senza Frontiere lancia un nuovo allarme: “Il ritorno di Ebola nell’Africa Occidentale”.

Quello stesso giorno l’Associated Press scrive uno scarno comunicato. Tre settimane dopo, in occasione di un secondo appello, il Pittsburgh Post Gazette e l’Herald Sun sono gli unici due quotidiani in tutti gli Usa a dedicare la prima pagina al tema. Il primo trafiletto italiano appare sul Corriere della Sera il 20 giugno alla rubrica “Salute”.

L’operatore umanitario è una brava persona che si impegna a contrastare l’epidemia in Africa ma quando torna contagiato in patria, ecco che i media occidentali prendono la rincorsa: lo sconfinamento dell’ebola da un paese africano all’altro, finora poco interessante, può riguardare anche la propria nazione. I mezzi di comunicazione, e appresso l’opinione pubblica, cominciano con morbosità ad accanirsi sui contagi in casa propria o nell’emisfero di appartenenza. Non è empatia verso il proprio simile (americano più di africano, spagnolo più di liberiano), è paura di esserne contagiati. L’allarmismo segue percorsi noti: i media si smuovono scompostamente, intervistando esperti insieme agli apocalittici dell’ultima ora, e dedicando ore di copertura ai contagiati occidentali più di quanto non abbiano mai fatto in generale dal 1976, anno di scoperta del virus.

L’Ebola insomma riesce, dopo svariati appelli, ad avere il suo quarto d’ora di celebrità. Alcuni giornali italiani alimentano l’ondata anti-immigrati colorandola di Ebola, oltreoceano le guerre mediatiche che si combattono sono altre: la Cnn si lancia nell’accostamento di Ebola all’Isis, mentre il virus diventa un’arma dei repubblicani per accusare Obama di aver sottostimato l’ipotetica epidemia del virus negli Usa. Il presidente americano risponde abbracciando un’infermiera appena guarita da Ebola. C’è anche chi ne approfitta e fa uno spot elettorale.

In Europa a ogni caso sospetto in questa parte di mondo l’eco mediatica è massima, ma il prurito italiota si riconosce: a noi i sospetti di Ebola negli altri paesi europei appassionano (l’infermiera spagnola su tutti) ma nessuno dei principali quotidiani europei (Bild, Le Monde, El Pais) cita il caso del nostro medico ricoverato allo Spallanzani di Roma. I tempi sono fin troppo maturi.

I giornali anglosassoni si distinguono per aplomb: The Guardian chiama a responsabilità gli inviati perché quando i media occidentali si occupano di ebola, lo fanno per seguire i casi occidentali e per sperticarsi nelle descrizioni sulle modalità di contagio mentre serve dare corretta informazione su dove questo stia avvenendo e che cosa si stia davvero facendo in quelle zone per combattere l’epidemia. La rete dal canto suo ironizza. L’artista portoghese André Carrilho rende con un’illustrazione molto più di 100 articoli messi insieme. In Africa il Marocco cancella la Coppa d’Africa per timore dello sconfinamento del virus (tra Monrovia e Rabat c’è la stessa distanza tra Roma e Mosca) ma i media locali si impegnano in un’attività informativa senza precedenti. Cantanti africani, molto noti in patria, si prestano ad un’operazione lontana da quelle cui ci ha abituato Bob Gendolf: un brano poco commuovente e molto pratico: “non toccare il corpo di una persona malata, fidati del medico, ti salverà”.

Un altro meccanismo perverso dei media è quello di minimizzare l’ebola, paragonandola ad altre epidemie: lo fa anche al jazeera nel tentativo di far seguire all’overdose di allarmismo la carezza delle statistiche pronte a rassicurarci che si muore di più di influenza stagionale. I social media seguono lo stesso schizofrenico andazzo: nei mesi scorsi l’hashtag #ebola impazzisce. Fortunatamente c’è chi con il web fa anche un lavoro serio, aiutando con le informazioni che si raccolgono in rete dati utili per tutti. I quasi 7.000 morti africani sono una massa indistinta, un numero da OMS mentre i 5 casi occidentali (di cui 1 mortale) sono singole storie, persone uniche, cure specifiche. Gli operatori umanitari, nell’anonimato delle tute protettive, diventano i testimonial di un impegno combattuto nel silenzio delle istituzioni e nel caos dei media. Time con la sua celebre copertina ce lo ricorda, e i nostri tg tornano ad occuparsene: quella sera servizi da ben tre minuti.

Paola Manduca, giornalista, autrice radio-televisiva, da due anni si occupa di scienza per Rai Scuola

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Un commento su ““I media occidentali su Ebola tra indifferenza ed allarmismo”

  1. condivido con la convinzione che non ci sia altro de aggiungere