Il grido di dolore di Diana Kader e la Convenzione di Istanbul

quarmby-wdi Katharine Quarmby

La Convenzione di Istanbul che, dopo anni di lavoro, è appena entrata in vigore nei Paesi del Consiglio d’Europa che l’hanno ratificata, segna un grande progresso.

Avvalendomi della mia esperienza nel giornalismo sociale, vorrei spiegarvi come questo provvedimento può fare la differenza per chi è sopravvissuto a violenze gravi e prolungate. Ho dedicato due anni di lavoro ad una di queste persone, una giovane donna coraggiosa, Diana Kader, di origine britannico-yemenita, e ho scritto un libro sulla sua storia che sarà pubblicato tra pochi mesi. Si intitola: Hear My Cry (Ascolta il mio grido di dolore).

E’ il racconto del suo rifiuto di un matrimonio forzato, mentre era in vacanza nello Yemen nel 2006, dopo la laurea. A differenza della maggior parte delle storie di matrimoni forzati descritti in altri libri, la sua famiglia l’ha sostenuta in questa decisione. Il pretendente rifiutato da Diana, appartenente ad una ricca famiglia dello Yemen centrale, cerca di ucciderla investendola con un’autocisterna. Diana si rompe il bacino, un braccio e una gamba, ma sopravvive. L’uomo telefona al padre di lei e lo minaccia di lasciarla morire al bordo della strada “come un cane”. Il padre lo supplica di portarla in ospedale. Qui un uomo armato la minaccia. Viene sottoposta a trattamenti medici, a parere di alcuni dottori britannici forse intenzionalmente nocivi. Il padre decide di vendere la proprietà di famiglia nello Yemen per pagare le bustarelle necessarie per riportare Diana nel Regno Unito.

Rientrata in Gran Bretagna, trascorre tre mesi in terapia intensiva, seguiti da quasi quattro anni di riabilitazione. All’inizio si pensava che non sarebbe mai riuscita a camminare di nuovo, ma Diana riesce a superare le lesioni e ricomincia a lavorare, benché disabile. Nel 2010 torna nello Yemen sulle stampelle, alla ricerca di giustizia. Benché il pretendente rifiutato abbia ammesso di averla investita, non è mai stato giudicato da un tribunale.

In che modo il Regno Unito ha sostenuto Diana, chiaramente vittima di violenza basata sull’“onore”?  La campagna contro di lei non si è fermata nello Yemen. Lei e la sua famiglia, che comprende anche dei bambini, hanno dovuto affrontare ostilità, molestie, violenze e intimidazioni da parte della loro stessa comunità, soltanto perché si sono opposti al cosiddetto “delitto d’onore”.

Non si può biasimare la Gran Bretagna per il fatto che le autorità yemenite non hanno processato il suo pretendente. Ma anche le istituzioni britanniche non hanno reso giustizia a Diana. Innanzi tutto, il Ministero degli Esteri ha avuto la colpa di non metterla in comunicazione con la propria unità competente in materia di matrimoni forzati, che sostiene le vittime come lei, anche quando non riescono a ottenere giustizia legale. Ma anche altre istituzioni non l’hanno sostenuta, in particolare le forze di polizia e alcuni esponenti politici locali e nazionali. Ogni volta che Diana e la sua famiglia sono state sottoposte a molestie per strada o ad attacchi in casa loro a Manchester per vendetta di quanto avvenuto nello Yemen, il caso è stato affidato ad un poliziotto diverso, fino all’anno scorso, quando ho sollevato la questione con la polizia, sottolineando che Diana si trovava in una situazione di pericolo ed era quindi necessario un approccio più coordinato.

La Convenzione prescrive un piano di coordinamento centrato sulla vittima, per combattere tutte le forme di violenza contro le donne. Speriamo che questo approccio sia adottato dalle forze di polizia di ciascun paese, modificando l’atteggiamento nei confronti di sopravvissuti come Diana. E’ straordinario che il Consiglio d’Europa sia a capo di un impegno internazionale volto a proteggere i diritti umani delle donne, ma abbiamo anche bisogno dei singoli poliziotti e degli altri funzionari per poter attuare questo impegno.

C’è anche bisogno di maggiore consapevolezza da parte della società in merito alla violenza basata sul cosiddetto “onore”. Bisogna anche concentrarsi sui famigliari e sul loro coinvolgimento negli omicidi per “onore”. Secondo l’organizzazione IKWRO che sostiene le donne di origine mediorientale e afgana a rischio di violenze e ha dato assistenza anche a Diana, questo caso, come altri, dimostra che a volte tutta una comunità esercita pressioni quasi insostenibili sulla famiglia per costringerla a rispettare il codice di “onore”.

Katharine Quarmby è redattore aggiunto del Newsweek Europe e ha ricevuto numerosi premi per la sua attività di scrittrice, giornalista e regista nel campo sociale, con un profilo investigativo. Ha realizzato film per la BBC, è stata corrispondente per Economist, redattore associato di Prospect Magazine e collaboratrice di diversi giornali britannici, tra cui Guardian, Times Sunday e Telegraph. Nel 2007 ha redatto il primo dossier nazionale su omicidi di uomini e donne disabili nel Regno UnitoIl suo primo saggio, Scapegoat: why we are failing disabled people (Portobello Press, 2011) ha vinto il premio internazionale Ability Media Literature. Nel 2012 è stata finalista per il premio Paul Foot del Guardian e di Private Eye, per i suoi cinque anni di campagna contro l’odio per i disabili. Il suo secondo saggio, No Place to Call Home: Inside the Real Lives of Gypsies and Travellers,  su zingari, Rom e nomadi nel Regno Unito pubblicato nel 2013, è stato finalista al premio Bread and Roses. Ha anche pubblicato una serie di Kindle and Thistle Singles, il primo dedicato alla sua ricerca del padre biologico iraniano, un saggio che celebra anche l’amore della sua famiglia adottiva. Of Blood and Water è stato pubblicato da Thistle Publishing ed è disponibile su Amazon come e-book. Il suo secondo e-book, Aftermath, sulle conseguenze del genocidio in Ruanda, è stato pubblicato nel 2014; il terzo, The Priest, The Assassin and Arch Duke Franz Ferdinand, è in corso di pubblicazione. Scrive anche libri e racconti per bambini.

Share Button

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicatoI campi richiesti sono marcati da *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*

Un commento su “Il grido di dolore di Diana Kader e la Convenzione di Istanbul

  1. luigi crocco dice:

    Gentile laura Boldrini
    Grida di dolore oramai giungono da ogni parte del mondo chi incolpa il governo corrotto nel suo paese chi al di fuori che opprime chi al America chi ai mussulmani e agli Ebrei chi ai criminali ecc
    Quacuno come nel caso della giornalista che scrive la sua storia riesce fuggire e a salvarsi moltissimi altri sconosciuti invece sono torturati e uccisi e rimangono ignoti
    Quindi riassumo che tutto dipende dalla fortuna di nascere in un posto invece da un altro e crescere in una buona famiglia invece da un’ altra Se invece vogliamo dire che l italia non ha di simii regimi rispondo che siamo fortunati ma vi sono altri problemi che non ci fanno esser
    tra i primi paesi del mondo sul istruziine la garanzia di un pi
    corrotti e criminali che crudelmente opprime e sopprime i suoi cittadi