Il mio anno di Servizio Civile in Brasile: solidarietà messa in pratica

SILANUSdi Eleonora Silanus

Vivo a San Paolo, in Brasile, da un anno, da quando ho cominciato il Servizio Civile presso il patronato Acli locale.

L’impegno del patronato nel quale sto avendo la fortuna di lavorare non è limitato alla burocrazia legata alle pensioni, ma riguarda l’appoggio e l’assistenza a chi, da sempre o da poco, si ritrova straniero a San Paolo. Poche volte ho visto la parola “solidarietà” messa in pratica in modo così serio e rispettoso.

Negli ultimi tre anni mi sono occupata di quello per cui ho studiato e che più mi interessa: le migrazioni. In Italia ho conosciuto l’immigrazione di chi viaggia 9 mesi attraversando il deserto e in Brasile ho conosciuto l’emigrazione di chi viaggiava 30 giorni in mezzo al mare e la nuova immigrazione di chi dalla Bolivia, da Haiti o dal Mali si ritrova catapultato in una città come questa senza sapere cosa fare.

Come sempre succede l’accoglienza è frutto del lavoro di donne e uomini, membri di associazioni laiche e religiose, consapevoli del fatto che, nonostante il Brasile abbia un alto tasso di povertà e numerosi problemi interni, non si possono lasciare centinaia di esseri umani in balia dei trafficanti e degli sfruttatori del lavoro schiavo. Tra queste persone c’è chi lavora presso l’Arsenal da Esperança, ossia l’antica Hospedaria do Imigrante, dove migliaia di europei (la maggior parte italiani) venivano schedati prima di iniziare il lavoro nelle piantagioni in sostituzione degli schiavi. Un lavoro enorme è poi fatto dalla Missão Paz, ad oggi praticamente unico centro di accoglienza per i molti Haitiani che arrivano a San Paolo e che il governo non sa dove ospitare. Questi due centri hanno un’anima italiana: l’Arsenal da Esperança fa parte del grande lavoro del Sermig di Torino e la Missão Paz è l’evoluzione della cosiddetta “Chiesa degli italiani” di San Paolo, che era stata costruita proprio per accogliere i nostri connazionali all’epoca delle emigrazioni di massa in Brasile: eravamo noi, tra il 1800 e il  1900, a dover essere accolti.

Vivere qui mi ha insegnato a conoscere le meraviglie e le contraddizioni di questo Paese, e me ne ha fatto innamorare ogni giorno di più. Allo stesso tempo mi ha fatto sentire quella che qui chiamano saudade, una parola considerata intraducibile, ma che per me ha significato pensare a ciò che ho lasciato in Italia con quella allegra nostalgia di qualcosa di bello che hai conosciuto e che sai che ritroverai presto. È complicato da qui restare sempre allegri nel vedere le notizie e le affermazioni che arrivano dall’Italia. Per fortuna accade anche che si vedano dei volti carichi di onestà, che sembrano essere arrivati lì per un motivo: mettere ordine, nel miglior senso possibile, in quelle cianfrusaglie dimenticate sotto il letto da troppi anni.

Devo essere sincera: aspettavo la visita della presidente Boldrini in questa città perché il suo volto è per me uno di quelli. Aspettavo di sentire il suo discorso, il suo saluto anche se breve a questa comunità italiana che ho imparato a conoscere. In questo anno di cambiamenti, opportunità e insegnamenti ho avuto la possibilità di partecipare a tanti incontri, ho ascoltato tante voci, molto spesso istituzionali, che sono venute a parlare alla parte di Italia che vive in Brasile. A volte, ascoltando frasi vuote e spesso prepotenti, mi sono arrabbiata dentro, mi sono chiesta: “E’ davvero questo che l’Italia vuole farmi ascoltare?”. Mi sono chiesta se era l’inevitabile e piccolo distacco che si forma dentro vivendo all’estero che mi faceva pretendere troppo, che non mi faceva più capire così a fondo il mio Paese.

Poi ho ascoltato le sue parole, concise, semplici e appassionate. Non so se è una cosa da dirsi alla terza carica dello Stato, ma avrei voluto abbracciarla, e dirle che la penso come lei, che le disuguaglianze non aiutano, mai, nessun Paese del mondo, che l’emigrazione non va dimenticata, che le migrazioni dei nostri nonni scorrono nelle nostre vene. Mi sono sentita a casa, di nuovo, perché è quella l’eleganza appassionata che voglio vedere in Parlamento. Abbiamo bisogno di intelligenza, di cultura e di senso di responsabilità, non di propagande disumane.

In questi ultimi anni, mentre assistevo con rabbia e tristezza alle sue fatiche e vergogne, lo Stato italiano mi ha sostenuto spesso, mi sono laureata anche grazie alla borsa di studio della regione Piemonte, ho trascorso in Brasile questo anno pieno di gioia grazie al Servizio Civile.

Per questo, e per quell’amore irrazionale e incondizionato che si prova per il proprio Paese, non riesco e non voglio vedere solo ciò che non va. Ed è per questo che tornerò, dopo aver conosciuto altri uomini e donne in cammino e aver ascoltato altre storie, sperando di trovare il suo volto ancora lì, a mettere ordine e ad insegnare la responsabilità.

Eleonora Silanus, laureata in giurisprudenza e specializzata in diritto dell’immigrazione, si occupa di cooperazione internazionale dal 2011, anno del primo viaggio in Tanzania con il gruppo operativo GOMNI. Ha lavorato all’Ufficio Pastorale Migranti di Torino e al Gruppo Abele, seguendo con lo sportello giuridico InTi progetti di assistenza a vittime di tratta. Vive in Brasile e lavora presso il Patronato Acli, dedicandosi alla tutela dei diritti sociali, inclusione di bambini e adolescenti in condizione di vulnerabilità e insegnamento della lingua italiana.

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