Il vero muro da abbattere in Europa

pezzo2Ecco il testo della mia lettera pubblicata oggi dal quotiamo La Repubblica in risposta all’intervento del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker CARO direttore, ha ragione Jean-Claude Juncker: l’Europa che vogliamo non è quella dei muri. Apprezzo molto il fatto che il Presidente della Commissione europea abbia preso una posizione così netta.

Una posizione chiara a proposito di un tema tanto delicato e importante, che rappresenta uno dei cardini del nostro sistema comunitario e dell’Europa di domani. Concordo con Juncker: neanche io voglio l’Europa dei muri. E non solo perché sarebbe davvero una bruttissima Europa. Un’Europa che rinnega i valori che l’hanno resa una grande protagonista della storia e un’esperienza unica agli occhi del mondo. Ma anche perché la politica dei muri sarebbe fallimentare. Non solo moralmente inaccettabile, ma politicamente impraticabile e perdente. Nessun muro  –  né quelli d’acqua del Canale di Sicilia e dell’Egeo, né quelli di filo spinato tra Grecia e Macedonia e tra Ungheria e Serbia  –  può infatti impedire a donne e uomini che lasciano contesti di guerra e regimi dittatoriali di conquistare un diritto al quale nessuno di noi sarebbe disposto a rinunciare: il diritto a vivere in pace e sicurezza. È questo che non capiscono, anzi fingono di non capire, gli “spacciatori” di paura e di demagogia che, un po’ ovunque in Europa, lucrano consensi elettorali chiedendo in modo ipocrita che i rifugiati vengano “aiutati a casa loro”: come se non sapessero che quella casa non c’è più, distrutta dalle bombe o presidiata dagli aguzzini di regime. Gli stessi “spacciatori” che, in Italia, vogliono far credere che gli immigrati “vengono tutti da noi”: tacendo che, a fronte delle 30mila domande d’asilo registrate qui nei primi 7 mesi del 2015, la Germania ha già quasi raggiunto quota 200mila.

Le migrazioni forzate come quelle che si sviluppano oggi in molte parti del mondo non si impediscono con i muri, ma con le soluzioni. Cioè con la politica, mobilitandosi per porre fine ai conflitti. Le guerre si possono fermare, se c’è la volontà di farlo. Ma non sembra che oggi il mondo sia interessato a fare di più per evitare i massacri in Siria e in Iraq, la violenza in Somalia, la dittatura in Eritrea, per citare alcuni casi. Eppure noi Europei, più degli altri, dovremmo aver memoria degli orrori delle guerre. Non ce ne ricordiamo abbastanza, ma è l’Europa che ci ha garantito 70 anni di pace. Siamo figli di conflitti mondiali che per due volte in 30 anni avevano ridotto il continente ad un cumulo di macerie, con decine di milioni di morti e altrettanti di rifugiati e sfollati. È l’Europa che ci ha dato sicurezza, libertà e benessere, proprio ciò che manca a coloro che oggi ci chiedono protezione.

Certo, il presidente Juncker fa bene a sottolineare che nessuno Stato può regolare questo flusso da solo e che per farlo ci vuole un approccio europeo da mettere in atto senza indugi. È apprezzabile lo sforzo della Commissione, che per la prima volta ha indotto gli Stati membri ad una gestione condivisa degli arrivi dei rifugiati. Ma non basta. L’asilo è uno dei terreni sui quali è più evidente la necessità di una maggiore integrazione politica, per arrivare ad un unico sistema di regole e di standard di assistenza. Contro i costruttori di muri, bisogna uscire da una timorosa subalternità psicologica e rivendicare più Europa. Ma un’Europa diversa, che “cambi marcia”, che la smetta di farsi additare come problema quando è invece la soluzione, l’unica possibile: per l’immigrazione come per l’economia, per la difesa come per la politica energetica. Un’Europa che sia attenta ai bisogni dei cittadini, che non trascuri più l’impatto sociale delle misure finanziarie, che ponga crescita ed occupazione come obiettivi prioritari delle proprie scelte. Perché se le persone sono gravate dalla disoccupazione, dai sacrifici e dalla mancanza di futuro, dell’Europa e dei valori che l’hanno ispirata non sanno che farsene. E risuona lontana, incomprensibile, la passione che animò appena poche generazioni fa i padri fondatori, capaci di concepire sotto il frastuono delle bombe il sogno di un continente unito. Verso quel progetto abbiamo tutti un debito, che è nostro interesse saldare al più presto. Ma farlo spetta soprattutto ai leader politici, se avranno la lungimiranza di accelerare nel processo di integrazione europea e di non farsi schiacciare dal quotidiano sondaggio nazionale. La solidarietà  –  tra gli europei, e con gli altri esseri umani che bussano ai nostri confini  –  non cresce spontanea, soprattutto ai tempi di una crisi economica tanto prolungata. È un sentimento che la politica e le istituzioni  –  comunitarie, ma anche dei singoli Stati membri  –  devono saper coltivare e far crescere, dimostrando che solo insieme si esce da problemi complessi e sovranazionali. A dispetto dei demagoghi e delle loro semplicistiche ed ingannevoli ricette.

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3 commenti su “Il vero muro da abbattere in Europa

  1. Silvia dice:

    Buonasera Laura,Sono assolutamente in accordo con tutti cio che scrive. Rimango perplessa e basita di fronte alla totale mancanza di comprensione e compassione che stiamo mostrando come Italiani, come Europei e come cittadini del mondo. Un mondo Che non appartiene a nessuno di noi, ma Che ci e stato concesso, Un mondo dove non esistono cittadini di serie A o di serie B. Siamo noi, soltanto noi, ad etichettare gli altri, coloro Che riteniamo diversi, coloro Che riteniamo possano minacciare la Nostra Comoda vita. Io dico no a tutto questo, dico no a chi mi vuole far Credere Che noi “poveri” italiani rimaniamo senza lavoro e senza soldi in Tasca perche popoli disperati cercano una nuova vita.
    E vergognoso, e manipolare la realta a favore di chi vuole consensi, a chi vuole impaurire per avere potere.
    E la violenza, l intolleranza cresce.
    Io mi sento impotente di fronte a tutto cio, mi sento frustrata.
    Non riesco piu a vedere file e file di uomini Donne bambini Che camminano per arrivare dove forse troveranno

  2. Silvia dice:

    Buonasera Laura, sono in accordo con lei su ciò che ha scritto. Mi sbalordisce la mancanza di comprensione e compassione che stiamo dimostrando come italiani, come europei e come cittadini del mondo. Il mondo che abitiamo non è nostro. Ci è stato concesso. Non appartiene a nessuno di noi, e nessuno di noi ha il diritto di decidere dove debbano vivere altri cittadini del mondo, tali e quali a noi. Questi popoli, minacciati dalla guerra, martoriati da fame, sete, condizioni di vita precarie, perché non possono avere il diritto di decidere dove vogliono ricostruirsi una vita? Chi di noi può erigersi ad arbitro? Non esistono cittadini di serie a e di serie b, non esistono cittadini che non possano scegliere.
    Io dico no a tutto questo, dico no a coloro i quali vogliono farmi credere che che questi popoli sono una minaccia, a chi mi vuole far credere che se noi “poveri”italiani non abbiamo più lavoro e soldi in tasca la colpa è di chi vuole costruirsi un futuro.
    Io non ci sto
    Ma rimango impotente di fronte alle immagini che scorrono, di fronte a migliaia di persone in mare, migliaia di persone che si accalcano su un treno, sul quale nessuno di noi vorrebbe mai salire. E poi cosa vedo? Il filo spinato… Ecco, mi trovo spiazzata, ancora il filo spinato, qui, nel 2015… Ma dove stiamo andando? Dove vogliamo arrivare?
    È una idea non mi lascia: Cosa posso fare io, mi chiedo? Come posso Aiutare? Come posso essere utile in una situazione del genere?
    E non trovo risposta.
    Laura, se lei una risposta c’è l ha , la prego, me la indichi.

  3. on. Boldrini voglio dirle che apprezzo molto il suo autentico sentimento di umanità che sento di condividere. penso, tuttavia, che i muri anche invisibili non cadranno mai. almeno per diversi decenni. in tutta sincerità mi chiedo ma questa Europa che Europa è? ogni paese fa i propri interessi, Germania in primis. anche l’uomo della strada è in grado di comprendere che la politica del rigore strozza le nazioni. quante imprese avremmo dovuto salvare magari non facendo pagare le ingentissime tasse. un’impresa che chiude non dà gettito fiscale e pertanto meglio lasciarla aperta. in tal modo si salverebbero i posti di lavoro. dopo un arco di tempo da definire gli organi di controllo avrebbero o potrebbero verificare lo stato di salute dell’impresa e far pagare le tasse. la realtà è che da molti anni ci si occupa solo di finanza e non di economia. perdoni il mio ragionamento semplicistico dettato solo dalla mia ragione e non dalla mia preparazione concernente tale materia dal momento che esercito la professione di medico no profit perché appartengo alla vecchia guardia della medicina che si occupa del paziente e non pensa al guadagno. con stima
    dott.ssa Luisa Alessandrelli.