L’Argentina del golpe, l’Ambasciata d’Italia e l’importanza della memoria

enrico-calamaidi Enrico Calamai

Sono arrivato in Argentina nell’autunno del 1972, per ricoprire il mio primo incarico all’estero, come Vice Console presso il Consolato Generale d’Italia a Buenos Aires.Ero molto giovane, non ancora trent’anni, e con un’idea piuttosto vaga, chisciottesca direi, dello Stato al cui servizio ero entrato poco prima e del lavoro che mi aspettava. Pensavo allo Stato come a un’entità astratta, giusta, al di sopra delle parti, e, quanto al mio lavoro, un servizio  a disposizione di connazionali in situazione di bisogno.

Mi trovai ben presto ad operare in una realtà non diversa  da quella di un qualunque ufficio pubblico in Italia, assediato in permanenza da un numero di utenti del tutto incongruo rispetto a quanti ne avrebbe potuto fronteggiare un irrisorio manipolo di impiegati, per quanto dotato di buona volontà. Il mio compito finiva per consistere nel tentare di smussare le punte di tensione che scoppiavano di giorno in giorno, a causa dell’esasperante  inefficienza di cui il Consolato raramente non mancava di dare prova.

A questi compiti  si aggiungeva quello di vere e proprie relazioni pubbliche, in rappresentanza  del Consolato e delle distanti autorità italiane, alle feste di innumerevoli associazioni nate in seno alla collettività e foraggiate con sussidi a pioggia da un Paese che si sforzava pur sempre di apparire benevolo e materno con i connazionali spinti all’espatrio, all’inseguimento della speranza di potersi costruire un futuro attraverso l’emigrazione. Non dissimilmente, sia detto per inciso, a quanto oggi spinge tanti giovani verso le nostre coste. Allora, però, andavano incontro ad  un’accoglienza certo migliore, oltre che ad un viaggio meno pericoloso. Erano, quelle, occasioni in cui  mi toccava produrmi in discorsi altisonanti, per sostenere che l’Italia mai avrebbe dimenticato  i suoi figli lontani e anzi teneva nella più alta considerazione il loro lavoro, che avrebbe prodotto, ne ero sicuro, uno sviluppo sempre più stretto nei già stretti rapporti di collaborazione e amicizia tra Italia e Argentina.

Argentina, la cui situazione continuava intanto a peggiorare, fino al prodursi del golpe, il 24 marzo del 1976, quando il primo passo  compiuto dalle nostre autorità  consistette nel proteggere l’accesso all’ambasciata mediante l’istallazione di un bussolotto – analogo a quello normalmente in uso oggi per accedere alle banche –  collegato con microfono alla portineria, in modo che chiunque tentasse di entrare dovesse illustrare la finalità della sua visita. Ciò,  ad evitare richieste di asilo politico, in previsione della caccia all’uomo che si sarebbe scatenata in tutta l’Argentina e che non avrebbe potuto non interessare anche  i nostri connazionali o i loro figli o nipoti, come di fatto accadde.

Sì, perché, dopo tanti discorsi patriottardi, alla prova dei fatti la linea messa in atto  dalla Farnesina e  dal  Governo italiano, attraverso l’Ambasciata a Buenos Aires, consistette nel  mantenere rapporti preferenziali  con le nuove autorità al potere, in modo da privilegiare la tutela degli interessi del nostro sistema produttivo e finanziario rispetto a quella dei diritti umani. Era essenziale, a tale fine, differenziare quanto si stava portando a termine in Argentina da quanto accaduto nemmeno tre anni prima nel Cile di Pinochet, dove si era riusciti a schiacciare qualunque tipo di resistenza popolare mediante un ricorso alla violenza esibito fin dal primo momento davanti alle televisioni di tutto il mondo, con un’arroganza che avrebbe prodotto un’unanime  reazione di condanna da parte delle opinioni pubbliche occidentali, costringendo i governi democratici ad isolare i militari di Santiago.

In Argentina, la repressione era anch’essa scattata fin dalla notte del golpe, ma con tutt’altra strategia: niente bombardamenti, niente carri armati nelle strade del centro, niente stadi pieni di detenuti, niente posti di blocco nei luoghi frequentati da cameramen e fotografi accorsi da tutto il mondo. I quali poterono ripartire al più presto, portando con sé l’impressione di un Paese e di una capitale in cui i militari lavoravano a rimettere ordine nel caos dell’economia, senza gli eccessi dei colleghi cileni. La realtà era del tutto diversa: si stava attuando un progetto di ingegneria demografica, mirante all’eliminazione della componente intellettualmente, socialmente e politicamente impegnata di una gioventù generosa,  che oggi dovrebbe costituire la classe dirigente del Paese.

Al fine di aprire il Paese al neoliberismo della Scuola di Chicago, si era messa in moto una macchina da guerra che prevedeva  il  sistematico sequestro di giovani  – portato a termine durante la notte, da uomini in borghese e con macchine e camion senza targa –da sottoporre immediatamente a tortura in una rete di centri clandestini di detenzione operante in tutto il Paese, per culminare  con la loro eliminazione fisica mediante  desaparición: in un sistema mediatico ormai prevalentemente iconografico, infatti,  esiste soltanto ciò che viene rappresentato, e nulla della sorte toccata a quei giovani appariva dimostrabile o comunque penalmente imputabile  ai militari al potere. Era proprio in questo che il rifiuto dell’asilo politico trovava la sua spiegazione: se infatti un’ambasciata si fosse riempita di disperati alla ricerca di una qualunque via di fuga, come accaduto a Santiago, sarebbe stato iconograficamente innegabile il livello di violenza scatenato dai militari argentini. E ciò avrebbe danneggiato i rapporti di amicizia  con i militari argentini, compromettendo i rapporti economico/commerciali.

In ogni contesto è tuttavia possibile trovare scappatoie per chi le cerca veramente e il Consolato, pur non godendo di extraterritorialità, si dimostrava luogo  di protezione per  chi si ritrovava a dover scegliere tra l’esilio e una morte certa, per di più dopo la tortura. In primo luogo, grazie alla possibilità di rilasciare passaporti, ma anche a quella di aggirare i controlli frontalieri,  con voli che, dall’aeroporto di Aeroparque, portassero a Montevideo e  da lì per l’Italia. Avevamo compreso infatti che i controlli erano meno accurati ad Aeroparque che all’aeroporto di Ezeiza, da cui partivano i voli intercontinentali. Tale modus operandi confliggeva, tuttavia, con la linea dell’ambasciata e della Farnesina. Sapevo quindi che a breve termine sarei stato rimosso dall’incarico, cosa che avvenne ai primi di maggio del 1977, praticamente negli stessi giorni in cui nasceva l’associazione delle “Madres de Plaza de Mayo”, che sarebbero riuscite a contrapporre la luce dell’umanesimo alle tenebre dei macellai argentini. Da allora è passato molto tempo,  le vicende personali si vanno cancellando, qualunque ne sia stato il carico di amarezza. Ma occorre ormai fare storia, se si  vuole evitare che il comportamento tenuto allora abbia a ripetersi in altre situazioni in cui i diritti umani sono a rischio.

Occorre documentare quanto più in dettaglio possibile il reale andamento dei rapporti tra una democrazia occidentale avanzata come l’Italia e la dittatura argentina. A tale fine, si potrebbe pensare a una struttura virtuale, da mettere a disposizione degli studiosi, in cui salvare e custodire la documentazione quotidianamente prodotta, da una parte, in Italia, dalla Farnesina, in primis, ma anche dagli altri ministeri, come il Commercio con l’Estero, l’Industria, l’Agricoltura, nonché dalle multinazionali sia pubbliche (come Eni, Finmeccanica, Alitalia, Bnl) che private (ad esempio Fiat, Olivetti, Pirelli), e, dall’altra, dagli interlocutori istituzionali e dagli operatori privati in Argentina. Contatti in tal senso sono stati avviati con l’ “Archivo Nacional de la Memoria”, argentino. E’ stata inoltre  da tempo sollecitata la mappatura della documentazione esistente alla Farnesina, ma al momento senza riscontri concreti.

Enrico Calamai è un diplomatico italiano. Nel 1972 viene nominato vice console a Buenos Aires.  Poco dopo viene inviato in Cile, dove ha modo di conoscere e vivere il regime totalitario di Pinochet, a fianco dei rifugiati presso l’ambasciata italiana. Nel 1976, a Buenos Aires con l’aiuto del giornalista Giangiacomo Foà e del sindacalista Filippo Di Benedetto, riesce a mettere in salvo e a far espatriare centinaia di oppositori politici del regime, mettendo a repentaglio la propria vita. Nel  2000 ha testimoniato nei procedimenti penali contro otto militari argentini responsabili della morte di cittadini italiani durante il regime. Ha descritto la sua esperienza della dittatura militare argentina in due pubblicazioni: Faremo l’America e Niente asilo politico

Share Button

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicatoI campi richiesti sono marcati da *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*

Un commento su “L’Argentina del golpe, l’Ambasciata d’Italia e l’importanza della memoria

  1. EMILIO dice:

    mio cugino lasciò l’Argentina poco prima del golpe per venire a frequentare l’università in I TALIA