Le mie graphic novel per raccontare pregiudizi e integrazione

MG16_0012 MGA2016_CS_VINCITORI_printdi Takoua Ben Mohamed

L’esperienza di vita che ho avuto non è stata facile e rappresenta il motivo principale per cui “ho sposato” la comunicazione su temi culturali attraverso l’arte.

Sono arrivata in Italia all’età di otto anni, con mia madre e i miei fratelli, per raggiungere e conoscere papà che era già qui come rifugiato politico a causa della dittatura che c’era in Tunisia. Da allora ho sempre vissuto a Roma. Sono la sesta di sette figli. Il più piccolo è nato qui.

Il primo anno, frequentavo la terza elementare e non conoscendo la lingua italiana e l’alfabeto latino, che non avevo iniziato a studiare in Tunisia, comunicavo con le mie maestre e i miei compagni attraverso il disegno, l’unico linguaggio comprensibile ad entrambi.

Ho iniziato a fare attivismo sociale in associazioni di volontariato giovanili, culturali ed umanitarie dall’età di dieci anni, un po’ perché imitavo il resto della famiglia e un po’ perché mi piaceva stare sempre a contatto con gente nuova e rendermi utile. Allo stesso tempo ho sempre continuato a disegnare, l’unica cosa che mi son portata dal mio Paese di origine. Ho provato ogni genere di arte e poi ho iniziato per gioco ad abbozzare dei fumetti. Vedendo che piacevano molto sia alla famiglia che alle associazioni con cui collaboravo, ho iniziato a scrivere delle storie da me e disegnarle.

La prima ‘striscia’ si intitolava “Me and my hijab” e raccontava della decisione di portare il velo in un contesto occidentale, tra la paura della protagonista e la reazione di pregiudizio delle persone che la circondavano ma soprattutto del sostegno delle amiche. Racconta più o meno la mia esperienza quando ho deciso di indossare il velo un anno dopo l’11 settembre del 2001.

Quando avevo quattordici anni la mostra fu esposta ad un evento culturale. In quella occasione conobbi una professoressa universitaria che conduceva una ricerca per il suo libro, e che poi decise di pubblicare una tavola del mio fumetto sul velo sul suo libro. Inizialmente non sapevo dove mi avrebbe portato questa strada. In contemporanea, infatti, studiavo alle scuole superiori, e facevo corsi di formazione di giornalismo e web factory.

Studiavo arte e fumetto da autodidatta, non avendo mai fatto una scuola d’arte. Grazie agli stimoli della professoressa mi sono appassionata al mondo della ricerca e della storia. Quindi ho iniziato a raccontare le tematiche che vivevo in prima persona e vedevo nell’esperienza di altri che incontravo facendo attivismo. Questioni legate alle seconde generazioni e all’identità di chi appartiene a due culture, pregiudizi e razzismo, islam e velo, terrorismo e radicalismo, linguaggio mediatico, violenza contro la donna, immigrazione ed integrazione concentrando il tutto sulla cultura e l’intercultura, la speranza e la libertà.

Nel 2011, quando scoppiò la primavera araba in Tunisia, ho iniziato a dedicarmi al tema dei diritti umani e al contributo delle donne alla rivoluzione. Prima di allora, nessuno sapeva la storia della mia famiglia. Eravamo esiliati e sapevamo che il controllo della dittatura era forte anche all’estero.

Da allora ho cominciato a raccontare l’esperienza famigliare durante la mia infanzia in Tunisia, gli anni ’90 in quel Paese, la fuga di papà perché si opponeva alla dittatura, lo zio carcerato e torturato per dieci anni finché è morto, la mamma e il suo coraggio di prendere in mano la situazione, crescendo sei figli piccoli da sola e lavorando tutti i giorni, tutto il giorno, solo per assicurarci l’istruzione e un pasto caldo, nonostante l’oppressione della dittatura, di cui ho ricordo, anche su di lei perché sorella e moglie di oppositori alla politica di allora.

Ho sempre ammirato il suo coraggio e il sacrificio che ha fatto per noi, che tutt’oggi ci dedica, anche perché, nonostante tutto e le poche possibilità economiche, mi sempre spinto a coltivare la mia passione per l’arte. Io disegnavo ovunque, lo avevo fatto anche sui muri della nostra vecchia casa nel deserto nel sud della Tunisia, E dopo il 2011, quando sono tornata dopo dodici anni di esilio, ho ritrovatola nostra casa in macerie e svaligiata, ma anche quei disegni indelebili che feci da bambina.

Sono quella che viene definita una “seconda generazione”: l’Italia per me è importante, è il Paese dove sono cresciuta, ho studiato e ho acquisito una cultura, dove ho imparato ad essere sempre attiva e in qualche modo utile, dove è nato il mio progetto “il fumetto intercultura”, e dove, grazie a università, scuole, associazioni, organizzazioni, professori, avvocati e giornalisti, il mio lavoro e la mia arte son cresciuti e si sono affermati.

Takoua Ben Mohamed è nata a Douz in Tunisia nel 1991 ed è cresciuta a Roma. Graphic journalist e sceneggiatrice, disegna e scrive storie vere a fumetti su tematiche sociali di sfondo politico come l’islamofobia, razzismo, immigrazione, diritti umani, violenza contro la donna per la promozione del dialogo interculturale ed intereligioso. Specializzata in cinema d’animazione alla Nemo Academy of digital arts di Firenze. Studia giornalismo a Roma.  Autrice del catalogo “Woman story”, ha fondato “il fumetto intercultura” all’età di 14 anni. Collabora con università italiane ed estere, scuole ed associazioni facendo conferenze e mostre. Ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra i quali quella della comunità tunisina a Roma e della Repubblica Tunisina, il premio ‘Prato città aperta”, e il Moneygram award 2016. Ha collaborato con Village Universel, Italianipiù, collabora con la redazione Rete Near antidiscriminazione dell’Unar, Riccio Capriccio, Ana Lehti (Finlandia) e la produzione Fargo enterainment.

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2 commenti su “Le mie graphic novel per raccontare pregiudizi e integrazione

  1. una storia come tante di integrazione, di fortuna e di talento

    • gianni contini dice:

      Credo nell’integrazione dei musulmani esattamente come negli asini che volano. Anzi…..