Naufragi, Parlamento portoghese: “E’ tempo di dire basta”

maria esteves

Su Lampedusa, dichiarazione di cordoglio da Lisbona e la richiesta di una strategia europea per la tutela dei diritti umani.

Cara Presidente e amica, ti invio il documento dell’Assemblea della Repubblica del Portogallo approvato all’unanimità l’11 ottobre scorso.

“La tragedia della settimana scorsa al largo di Lampedusa ha colpito centinaia di esseri umani in fuga da un destino insopportabile. È stata la replica di altre tragedie, ha fatto apparire le porte d’Europa quali luogo di sogno e luogo d’inferno. Donne, uomini e bambini, le grida riecheggiate nelle parole dolenti del sindaco di Lampedusa: “Per quanto tempo ancora dovrò continuare ad allargare il cimitero del mio paese?”- ha chiesto alle istituzioni europee. Nel Mediterraneo, in vent’anni, più di ventimila profughi morti.

Questa tragedia ci investe tutti perché tutti ci chiama a risponderne. Lampedusa espone le insufficienze della politica europea sotto forma di dolore e di sangue. Il problema dei profughi e dell’immigrazione illegale esige norme europee giuste e chiare. Esige, pertanto, un forte consenso europeo, in grado di dare risposta alle molte dimensioni del problema, nello spazio tra le politiche di aiuto allo sviluppo e i sistemi normativi dell’Unione e dei suoi Stati membri. Esige politiche coerenti e integrate, che garantiscano una condizione di dignità ai profughi e agli immigrati.

Rispondere a Lampedusa significa, dunque, prendere sul serio la lotta per lo sviluppo e per i diritti. Promuovere l’assistenza allo sviluppo delle democrazie dei paesi d’origine – un’assistenza che vada di pari passo col dialogo e la solidarietà. Il segreto dello sviluppo, infatti, sta nella qualità delle istituzioni democratiche con la loro cultura inclusiva. Sono le istituzioni democratiche a garantire la giustizia e la libertà, ad aprire la strada al progresso economico e assicurare la qualità della vita e la dignità della persona. Ciò comporta una strategia europea di iniziative comuni con le autorità centrali e le comunità locali dei paesi d’origine. Una strategia che promuova la crescita della società civile cosicché le riforme nascano ‘dall’interno’, che promuova la cooperazione e il dialogo con i leader sociali e le élite politiche. Rispondere a Lampedusa è chiamare a raccolta l’attivismo politico delle delegazioni dell’Unione europea, dare reale attuazione alla condizionalità degli Accordi di Cotonou collegando l’assistenza economica e finanziaria alla tutela dei diritti umani. È mobilitare il Servizio di azione esterna dell’Unione europea. È definire una politica integrata delle frontiere, combattere le reti della tratta. Ma soprattutto è affermare i valori dell’Unione nel programma giuridico e politico degli Stati membri, al posto di un lungo arco di politiche frammentarie. Perché qui la solidarietà europea è davvero chiamata in causa come metodo e come fine. Lampedusa ci risveglia a tutte le azioni e le decisioni reclamate dalla condizione degli eserciti della povertà e dello sconforto. Ci risveglia davanti alle immagini dei campi di detenzione, del ritorno “imprecisato” nei paesi terzi, davanti alle immagini dell’accesso non raggiunto e del suo effetto fatale. Quanti i luoghi come Lampedusa.

Nessun tema, come l’immigrazione, squalifica tanto i vecchi paradigmi della politica. Punta dell’iceberg di un mondo in mutazione, sfida lanciata alle fortezze dell’egoismo, l’immigrazione sollecita da noi un’azione che non parta dal risultato, ma dalle cause. Ci sfida a interpretare e regolare i movimenti demografici e la loro radice nella globalizzazione. Ci sfida, infine, a pensare con coerenza la comunità internazionale come comunità morale. Lampedusa, con i suoi naufragi di malasorte e sventura, offende la giustizia e la civiltà. Ci dice che c’è molto da fare, ci dice che è tempo di dire basta”.

Maria da Assunçao Esteves, Presidente dell’Assemblea della Repubblica del Portogallo

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