Serve più Europa, ma con una rotta diversa e una voce sola

Laura Boldrini inizia stamane una due giorni di incontri per portare nella capitale dell’Ue la dichiarazione firmata il 14 settembre a Roma dai presidenti dei parlamenti italiano, tedesco, francese e lussemburghese. Insieme, i leader delle Camere basse invocano più integrazione, e condivisione di sovranità, come soluzione alle sfide continentali. «L’Ue è un’auto vecchia che abbiamo fatto bene ad acquistare, ma che non funziona più – ammette -. Dobbiamo costruire un modello nuovo, che piaccia ai giovani e che ci faccia fare tanta altra strada».

Cosa ha invecchiato quest’auto?  

«Alcune scelte hanno allontanato i cittadini dall’Europa e suscitato rabbia. Le istituzioni europee hanno perso la capacità di essere rispettate. I cittadini si sono sentiti traditi».

Qual è l’antidoto?  

«Più Europa e una rotta diversa. Un’Unione più attenta all’impatto sociale delle misure economiche, con una struttura centrale efficiente. L’esperienza di questi giorni conferma il bisogno d’una politica della Difesa e di un’agenzia dell’Intelligence. Ma anche d’una politica economica, industriale, dell’asilo, energetica, digitale. L’Ue deve parlare con una voce sola. Altrimenti, non conta nulla».

Obiettivo finale?  

«Un’Unione federale di Stati che ci accompagni verso gli Stati uniti d’Europa. Come indicato dal parlamento italiano nella risoluzione del 10 settembre».

Intanto i populismi crescono. Guardi la Francia.  

«Non c’è più tempo. Abbiamo davanti chi vuole disgregare per ristabilire le piccole patrie e chiudere i confini a idee e commerci. È una dimensione fallimentare che fa breccia su chi si sente minacciato. La nostra responsabilità è rifiutare uno status quo che non sa dare risposte ai cittadini. E ristabilire i principi di fondo dell’Unione mettendo in gioco alcuni assetti. Se ci impantaniamo come siamo, rischiamo di morire».

Chi sta ammazzando l’Europa?  

«L’immobilismo. L’incapacità di dare risposte concrete, di avere una sola voce, di incidere perché troppo frammentati. Guardi le intelligence che non si parlano per gelosia anche dopo quello che è successo. Ma che dobbiamo aspettare?».

Torniamo alla Siria. Come si reagisce senza bombe?  

«Dobbiamo impedire che arrivino loro i finanziamenti, che vendano il greggio, che acquistino armi attraverso triangolazioni imbarazzanti. È necessario essere più attivi nel contrasto digitale di Daesh, che sul web recluta e addestra. Agendo nel quadro d’un negoziato aperto a tutti. Anche a Putin».

Assad può avere un ruolo nella transizione?  

«I 300mila morti in Siria non sono solo vittime di Daesh. Assad bombardava i villaggi. Ha enormi colpe. Difficilmente chi è parte del problema può rimanere. Magari può essere parte di un inizio di lavoro. Ma lì finisce. Perché non c’è pace senza giustizia».

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