Una ricercatrice italiana in commissione internet al Parlamento francese

musiani-wdi Francesca Musiani

Quando, nel maggio 2014, ho ricevuto una email dalla presidenza dell’Assemblée nationale francese confesso di avere sgranato gli occhi.

Cosa ci facevo io nella prestigiosa lista di “nominati” alla Commission de réflexion et de propositions sur le droit et les libertés à l’âge du numérique (Commissione di riflessione e proposte sul diritto e le libertà nell’era digitale), pronta a cominciare i suoi lavori il mese successivo su mandato del Presidente dell’Assemblée, Claude Bartolone? Io, appena trentenne, straniera benchè da lungo tempo residente in Francia, ricercatrice su questioni di Internet governance che si stava appena riprendendo dalla gioia di aver superato con successo il concorso di ammissione al principale centro di ricerca francese – ma fino ad allora una tra i molti post-doc che affollano il mercato della ricerca – di certo non sembravo la prima scelta per un riconoscimento di questo tipo.

Eppure, ora che è passato più di un anno dall’inizio dei lavori della Commissione (che vi invito a scoprire qui), mi rendo conto che il parteciparvi non è stato un beneficio solo per me, che ho avuto l’opportunità di discutere ogni quindici giorni con personalità di cui fino ad allora avevo solo letto i lavori interessanti. Lasciando da parte ogni modestia, è il caso di dire forte e chiaro che la Commissione, e le molte entità che riflettono e agiscono per un futuro equilibrato, sereno e tutelato per i cittadini in rete che tutti noi siamo ormai, hanno bisogno anche di qualcuno come me.

Qualcuno che studia da tempo le implicazioni sociali e politiche della Rete, in parallelo a quelle tecniche; che non si ricorda più cosa vuol dire vivere senza Internet, pur avendolo fatto per due terzi della sua esistenza; che ha potuto essere pienamente internazionale e restare intimamente italiana per un decennio grazie alla Rete; che pur usando Google e Facebook crede nella possibilità di alternative; che respinge l’idea che Internet sia un Far West, ma osserva quotidianamente l’inevitabilità della co-esistenza degli strumenti di ‘diritto’ in Rete; che vede il diritto alla privacy come un migliore controllo su cio’ che si condivide e come, più che come diritto ad essere lasciati in pace. Si’, se qualcosa uscirà dai lavori della nostra Commissione che si rifletterà nel modo in cui il Parlamento francese legifera sulla sorveglianza di massa, o sull’economia digitale – se si riuscirà a preservare la possibilità dell’innovazione senza dover cedere il passo sui diritti – forse sarà anche un poco merito mio. E saro’ ancora più felice se riuscirò ad essere, anche a causa del mio status un po’ particolare di ‘italo-francese’, una degli artefici di una dichiarazione congiunta tra la mia Commissione e la sua omologa italiana guidata dalla presidente Boldrini.

Questo è probabilmente il momento in cui ci si aspetta che io dica qualcosa sul fatto che tutto questo, lo sto facendo dal lato opposto delle Alpi rispetto a quello dove sono nata. E’ innegabile. In questi anni me ne sono naturalmente chiesta le ragioni, e vorrei riuscire ad esprimerle senza che la conclusione di questo intervento si trasformi in qualcosa che i detrattori avrebbero poi gioco facile ad etichettare come proclama anti-patriottico dell’ennesima espatriata. Per conseguire questo obiettivo, mi sembra più appropriato – invece che sindacare su ciò che va male in un Paese da cui manco, salvo alcune pause, da un decennio – parlare di ciò che ha determinato o facilitato il mio restare in Francia, paese in cui pure la situazione non è rosea e gli indicatori economici tutt’altro che lusinghieri. La mia Francia degli ultimi sette anni è un paese che ha rallentato, ma che non si è mai fermato; in cui ci possono essere meno risorse, ma in cui si può contare su un minimo di continuità – di risorse, di posti di lavoro qualificati – ogni anno; un paese in cui “ci si può provare” regolarmente, anche se è più difficile che trent’anni fa (forse); un paese dove ci sono parecchie ‘macchine burocratiche’ pesanti, ma in cui il senso dello Stato è profondamente ancorato; un paese dotato di un insieme di istituzioni accademiche di élite che, anche se sono (non senza ragione) accusate di crogiolarsi nel loro elitismo, producono ancora una classe dirigente di qualità e sono brave a riconoscerne presto il potenziale; un paese in cui ho lavorato tanto ogni giorno per la qualità della sua istruzione superiore e della sua ricerca, e da cui ho ricevuto regolari riconoscimenti del mio operato.

In sintesi: la Francia è stata buona con me, ed io sono stata buona con la Francia, in un circolo virtuoso cominciato il giorno in cui l’Ecole des Mines mi ha attribuito una borsa di dottorato. Il successo di un Paese risiede probabilmente nella sua capacità ad instaurare questo circolo virtuoso per un certo numero di ‘persone giuste’, che vanno poi ad occuparsi di un certo numero di ambiti ad elevato valore tecnologico e societale. E come non pensare ad Internet?

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