Quei militari italiani caduti a Sarajevo per far vivere gli altri

Oggi accoglienza dei profughi sirianidi Roberto Faccani

Era il 3 settembre del 1992 quando, nel cielo di Sarajevo, venne abbattuto l’aereo militare italiano ‘Lyra 34’.

Quel giorno io mi trovavo poco lontano, sulle coste croate, insieme ad altri volontari, per consegnare aiuti umanitari nei campi profughi istituiti precariamente per accogliere musulmani in fuga dalla Bosnia. Operazioni come questa, organizzate dalla Croce Rossa Italiana di Lugo di Romagna, ne ho condotte 77 nell’arco dei quattro anni di quel lungo conflitto nei balcani, una guerra alle porte di casa nostra che sconvolse la ex Jugoslavia.

Fu un lavoro immane, un impegno che sembrava senza fine, con migliaia e migliaia di persone in fuga dalle loro case in Bosnia, dove avevano lasciato tutto: cose, ricordi, legami. Facilitati dalla vicinanza ai confini con la Croazia e dall’incitamento di chi voleva contribuire ad alleviare le sofferenze dei profughi, ci occupammo incessantemente di portare convogli carichi di generi di prima necessità, che portavamo direttamente nei centri di accoglienza.

Sarajevo, la capitale della Bosnia, venne tenuta sotto assedio dall’aprile del 1992 al febbraio del 1996, il più lungo nella storia moderna e anche il più cruento: oltre 10.000 morti, 50.000 feriti, quasi due terzi degli abitanti fuggiti dalla città circondata dalle forze serbe. Tra le vittime tanti bambini, donne, anziani, cioè i più vulnerabili e con meno possibilità di fuga. Sarajevo era alla fame e la popolazione veniva rifornita con un ponte aereo dell’UNHCR, con partenze da Spalato in Croazia, o da Falconara, in Italia.

L’Aeronautica Militare Italiana partecipò attivamente, con i velivoli della 46^ Brigata Aerea, trasportando a Sarajevo 34.600 tonnellate di cibo, medicine e beni di prima necessità, poi re-distribuiti a circa 800mila persone in 110 località in tutta la Bosnia Erzegovina.

Il 3 settembre del 1992 l’aereo Lyra 34, venne colpito da due missili terra-aria durante la fase dell’atterraggio a Sarajevo. Poco prima era partito dall’aeroporto di Spalato con un carico di  coperte ed aiuti destinati alla povera gente. Persero la vita tutti gli uomini dell’equipaggio: Marco Betti, Marco Rigliaco,  Giuseppe Buttaglieri e Giuliano Velardi.

Quando ci arrivò la notizia, fummo presi da un’immediata sensazione di scoraggiamento, di incredulità. Ci chiedemmo: perché abbattere un aereo che trasporta aiuti umanitari? Eravamo sconvolti. Anche noi collaboravamo con l’UNHCR e conoscevamo quegli uomini. Tornammo in Italia senza dire una parola, senza avere una risposta; avevamo invece un solo pensiero: il tragico evento avrebbe bloccato il ponte aereo e tanta gente non sarebbe sopravvissuta. Furono giorni di amarezza e di indecisione sino a quando, con dovuta razionalità, riprendemmo le nostre operazioni di sostegno in tutti i territori della ex Jugoslavia, senza distinzione di nazionalità, etnia e religione.

Lo stesso anno, il Presidente della Repubblica conferì alla memoria delle quattro vittime la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Dopo gli accordi di Dayton, con l’avvento delle Forze di pacificazione IFOR e SFOR,  a conclusione della fase iniziale del soccorso e aiuto umanitario, fui impegnato nella ricostruzione e nella cooperazione allo sviluppo. Così che, nel 1998, durante la realizzazione di alcuni progetti  che interessavano la zona dell’abbattimento,  su invito delle autorità del Comune di Fojnica, giungemmo sulla montagna dove si trovavano ancora tanti resti dell’aereo caduto e ciò che restava delle centinaia di coperte contenute nella carlinga, sparse su una vasta aerea.

Decidemmo allora di realizzare un cippo, in memoria del sacrificio dei nostri connazionali “Caduti perché vivano gli altri”.Foto lapide appena collocata nel 1998

In accordo con il Comando della Divisione Multinazionale SFOR di Mostar, progettammo una modesta lapide commemorativa, secondo le indicazioni tecniche locali che imponevano dei limiti per l’autorizzazione edilizia.  La lapide venne realizzata da un artigiano e fu trasportata a Sarajevo mediante un C 130 greco, che trasportò anche il pennone della Bandiera mentre il basamento venne fatto dal reparto del Genio della Brigata Friuli.

Il 9 novembre del 1998, il cippo fu inaugurato alla presenza dei familiari, che espressero il desiderio di vedere il luogo in cui erano caduti i loro cari. Una cerimonia breve perché il maltempo aveva reso impraticabile l’area, ma emozionante e di alto valore simbolico. Parteciparono anche le autorità locali bosniache e tanta gente del posto che sentiva il senso di quel sacrificio e soprattutto che la comunità internazionale non li aveva abbandonati.

Inaugurazione cippo nov 1998

Oggi, a distanza di vent’anni dal genocidio di Srebrenica, è doveroso ricordare anche gli amici militari che si adoperarono per la realizzazione del cippo. Li ricordo per nome, perché  ci chiamavamo solo così: Angelo, Michele, Ugo.  Un particolare ricordo allo scomparso Rodolfo, padre di Marco Betti, il Comandante dell’areo abbattuto, che ebbe la forza di aiutarci in alcune missioni umanitarie a favore delle popolazioni  croate e bosniache nelle zone da dove erano partiti i missili che uccisero il figlio e i colleghi e che vivevano in condizioni di estrema povertà. Un giorno, dopo aver consegnato gli aiuti ed accarezzato alcuni bimbi, con le lacrime agli occhi mi disse: “Con queste azioni ho capito che mio figlio non è morto per nulla”.

Roberto Faccani, 62 anni,  dal 1983 al 2014 ha svolto attività lavorativa come Comandante di Polizia Locale. Ha diretto la protezione civile della Bassa Romagna per 22 anni. Dal maggio del 1976, data del sisma che colpì il Friuli, ha partecipato alle attività di soccorso nelle maggiori calamità che hanno interessato la nazione, organizzando colonne di soccorso tecnico/logistico, consegna di beni, attrezzature e materiali di prima necessità e progettando azioni di ricostruzione post-emergenza. Nel 1978 ha partecipato alle operazioni di assistenza ai “Boat people”, i profughi vietnamiti tratti in salvo dalla Marina Militare Italiana nel Mar della Cina e, da allora fino ad oggi, ha operato in tutti i teatri esteri dove si sono verificati spostamenti di masse di profughi in fuga dalla guerra o da condizioni di crisi, acquisendo esperienza in materia di diritto dell’immigrazione, diritto umanitario internazionale, organizzazione di campi di prima accoglienza, gestione dei profughi, richiedenti asilo e tutte le altre tipologie riguardanti il fenomeno della fuga dai paesi di origine. Ha operato in tutti i paesi dei  Balcani, in Albania, nel Kurdistan irakeno, in Somalia, nel Libano, in Afghanistan, interessati da devastanti conflitti, con programmi di primo soccorso/aiuto umanitario e con progetti di sostegno per il rientro alla normalità. Rilevante il progetto di formazione a favore della polizia stradale di Herat (Afghanistan) ed a favore dei magistrati che si occupano del contrasto alla violenza di genere. Ha organizzato progetti di cooperazione in Ciad, Burkina Faso, Camerun, Repubblica Democratica del Congo e in Palestina. Dal dicembre del 1991 alla fine del 1995 ha organizzato e diretto 77 convogli di aiuti umanitari della Croce Rossa Italiana che hanno raggiunto decine e decine di località in tutte le ex repubbliche, comprese la Serbia e il Montenegro, colpite dall’embargo internazionale, aiutando in particolare le strutture assistenziali di soggetti vulnerabili. Nei primi anni 90 ha partecipato alle operazioni assistenziale legate alle masse di Albanesi sbarcati in Puglia e nel 1999 alle operazioni di assistenza in emergenza dei profughi kosovari. Nel territorio lughese dal 2011 ha gestito per oltre un anno l’assistenza ai migranti fuggiti dalla Libia. Dal mese di marzo del 2014 assicura l’assistenza socio/sanitaria ed il sostegno psicologico ai migranti e richiedenti asilo, tratti in salvo con le missioni Mare Nostrum e Triton, in tre centri di accoglienza, con una media di 100 presenze giornaliere. Dal 2013 è presidente del Comitato Locale C.R.I. di Lugo ed è Commendatore al Merito della Repubblica Italiana. Numerosi i riconoscimenti nazionali ed internazionali legati alle attività svolte in situazioni difficili da affrontare e da gestire.

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