1906, dieci maestre marchigiane pioniere del diritto al voto per le donne

ande-wSe per le donne italiane oggi votare è un diritto lo si deve anche a dieci maestre delle scuole rurali nella provincia marchigiana.

Precarie. Di modesta estrazione sociale. Lontane dalla politica. Furono loro le pioniere del femminismo nel nostro Paese che, nel 1906, quarant’anni prima del riconoscimento del suffragio universale, chiesero alla Commissione elettorale di Ancona di essere iscritte nelle liste dei comuni di Senigallia e Montemarciano.

La commissione diede risposta favorevole, considerando che avevano, “i diritti civili e politici nel regno, sapevano leggere e scrivere ed erano munite della patente di maestre elementari”. Il Procuratore del Re, però, non era della stessa opinione e fece ricorso. Ma il presidente della Corte d’Appello di Ancona, Lodovico Mortara, lo respinse e diede ragione alle maestre “in diretta applicazione del principio di uguaglianza di cui all’articolo 24 dello Statuto Albertino”. La sentenza, sulla quale i giuristi del Regno d’Italia si divisero, diventò un caso nazionale.

Ma chi erano queste ragazze combattive? Dina Tosoni, la più piccola, aveva appena 22 anni. Giulia Berna, reduce da un procedimento disciplinare costato tre mesi di sospensione solo perché in stato di gravidanza senza ancora essere sposata. Enrica Tesei, figlia di un calzolaio, dopo quattro anni di servizio ancora precaria. Adele Capobianchi, nelle relazioni di servizio definita di encomiabile zelo nonostante le disperate condizioni economiche l’avessero spinta a fare domanda per la distribuzione dei pasti. Emilia Simoncioni, ad inizio carriera disposta a fare anche supplenze gratuite e accettare lo stipendio ridotto di 500 lire annuali previsto per il servizio nelle scuole rurali. Carola Bacchi, che in seguito divenne professoressa di francese e Giuseppina Berbecci, cresciuta in orfanotrofio. Iginia Matteucci, figlia di un garzone di negozio che, secondo il direttore didattico, non poteva insegnare nelle classi maschili perché “non possedeva l’energia necessaria”. Luigia Mandolini, la cui sorella, anch’essa maestra, fu discriminata nella nomina dal consiglio comunale controllato dagli agrari perché “era notorio” che fosse “irreligiosa” mentre un’altra concorrente “era religiosa”. Palmira Bagaioli, tanto brava da essere ritenuta una delle migliori maestre di Senigallia.

Fu questo drappello di maestre a promuovere un’azione che avrebbe potuto produrre un cambiamento enorme. Erano anni in cui fiorivano iniziative animate da tante donne forti e volitive che si battevano per i propri diritti. Sempre nel 1906, la pedagogista Maria Montessori, anche lei marchigiana, presentò una petizione in Parlamento per il voto alle donne. Ed è sempre nel 1906 che Sibilla Aleramo, cresciuta negli anni dell’adolescenza a Civitanova Marche, pubblicò il romanzo autobiografico ‘Una donna’, nel quale narrava il difficile percorso di affermazione per una vita libera e consapevole e raccontava costrizioni e umiliazioni che l’idea dell’inferiorità e del sacrificio imponeva alle donne.

Le coraggiose dieci maestre marchigiane, purtroppo, non riuscirono ad esercitare il diritto faticosamente conquistato. L’anno successivo, infatti, la Corte di Cassazione annullò la sentenza. La motivazione? La “presunta inconciliabilità tra le doti tipicamente femminili e i forti doveri dell’impegno politico”. Così le maestre vennero cancellate dalle liste elettorali e le donne italiane persero quel diritto al voto che avrebbero riconquistato solo quarant’anni dopo, nel 1946.

E’ a donne come loro che dobbiamo l’avvio di un percorso di emancipazione che purtroppo, dopo oltre cento anni, non è ancora terminato e, anzi, viene rimesso in discussione su più fronti. Un esempio per le ragazze di oggi che spesso ignorano quanta fatica è costata alle loro nonne e alle loro mamme la possibilità di affermazione personale in condizioni di parità.

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Un commento su “1906, dieci maestre marchigiane pioniere del diritto al voto per le donne

  1. Miriam dice:

    Presidente Boldrini, condivido il Suo pensiero.
    Abbiamo ricevuto un grande dono dai nostri bisnonni, il diritto al voto. Il diritto di poter scegliere chi ci deve governare.
    Ma vorrei aggiungere che i cittadini Italiani, donne e uomini, da ormai ben tre Governi consecutivi, sembra abbiano perso questo diritto, con Esecutivi eletti solo dal Palazzo.

    Cordialmente e buon lavoro.