Casa della carità di Milano, porte aperte ai profughi

Armando Rotolettidi don Virginio Colmegna

Di emergenze, il nostro auditorium, ne ha viste tante in questi anni.

Uno degli spazi in cui alla Casa della carità di Milano, così come voluto dal cardinale Carlo Maria Martini, si organizzano eventi e iniziative per fare incontrare i cittadini e fare cultura, più volte si è trasformato in un luogo di accoglienza per uomini, donne e bambini che non avevano un posto dove stare.

È accaduto con i tanti sgomberi dei campi rom della città. Il primo, quello della baraccopoli di via Capo Rizzuto, è stato esattamente 10 anni fa, nel giugno 2005, a pochi mesi dall’inaugurazione della Casa. Nel 2011, invece, nell’auditorium della nostra Fondazione, alla periferia est di Milano, sono stati accolti i profughi della cosiddetta “Emergenza Nord Africa”. Tante persone, soprattutto giovani provenienti da Niger, Nigeria, Burkina Faso, Guinea, Mali e Costa d’Avorio, in fuga dalla Libia, appena precipitata nel caos dopo la caduta di Gheddafi.

La scorsa estate, poi, le sedie da convegno hanno lasciato di nuovo il posto alle brandine della Protezione civile, per rispondere a un’altra emergenza. Quella dei siriani che scappavano dalla guerra che tuttora sta devastando il Paese, e che transitavano da Milano diretti verso il Nord Europa. Insieme a loro c’erano anche molti palestinesi, abitanti del campo profughi di Yarmouk, alle porte di Damasco, uno dei più colpiti dal conflitto.Francesca Lancini 01

E anche quest’anno, ancora una volta, non potevamo rimanere insensibili di fronte alle immagini di tante persone spossate dopo un lungo viaggio e accampate per terra nel mezzanino della Stazione Centrale. E ancora una volta abbiamo aperto le porte del nostro auditorium, per un’accoglienza emergenziale, temporanea e gratuita. Dopo le tante vissute negli anni, pensavamo di essere abituati a questa situazione. Ma quando, la notte dello scorso 11 giugno, due autobus hanno lasciato davanti all’ingresso della nostra Fondazione quasi un centinaio di uomini e donne, coi loro figli piccolissimi aggrappati addosso, coi volti distrutti dalla stanchezza, siamo rimasti tutti profondamente colpiti. Abbiamo avvertito una grande commozione davanti ai visi e alle storie di chi si porta dentro un dramma che noi solo in parte possiamo immaginare.

Francesca Lancini 02

Alla Casa della carità, uomini, donne e tanti bambini hanno potuto finalmente riposare, rifocillarsi in mensa, farsi una doccia e utilizzare tutti i servizi, medico e legali, della Fondazione. Come un anno fa, peggio di un anno fa. Oltre che dalla Siria, la maggior parte arrivava dall’Eritrea. Un Paese che, ci hanno raccontato alcuni di loro che hanno voluto condividere con noi la loro storia, non è più governato dal diritto, ma dalla paura. La situazione economica è difficile, e il regime del presidente Isaias Afewerki, come spiega un comunicato della Nazione Unite, “è responsabile di sistematiche, diffuse ed evidenti violazioni dei diritti umani”.

Centinaia di migliaia di persone hanno perciò lasciato il Paese. Come hanno fatto Daniel e Idris, due giovanissimi profughi che, dopo essere scappati dall’Eritrea hanno proseguito il loro viaggio, così come accade per tanti altri, attraverso l’Etiopia, il Sudan, la Libia e il Mediterraneo. Hanno risalito la nostra penisola fino a Milano, diretti verso Nord, verso la speranza di un futuro migliore.

Don Virginio Colmegna è presidente della Fondazione Casa della carità Angelo Abriani di Milano. Ordinato sacerdote nel 1969, negli anni Ottanta ha promosso diverse cooperative e comunità di accoglienza. Direttore della Caritas Ambrosiana dal 1993 al 2004, quando il cardinale Carlo Maria Martini gli ha chiesto di dar vita alla Casa della carità. Sorta nel quartiere periferico di Crescenzago, la struttura è una vera e propria Casa che accoglie e dà aiuto quotidiano e gratuito a decine di persone in difficoltà.

Photo Armando Rotoletti/Francesca Lancini

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Un commento su “Casa della carità di Milano, porte aperte ai profughi

  1. confido molto nella chiesa cattolica e nelle varie associazioni umanitarie che non voltano le spalle a chi è meno fortunato di noi.