Dalla Siria all’Italia per raccontare le torture e gli abusi del conflitto

IMG_6766di Wada Dashmash

Mi hanno catturata in strada e sbattuta in una cella della prigione di Aljawia, in Siria.

Erano le 20,15 del 29 giugno 2012. Quella data non potrò mai dimenticarla. A quel tempo ero da 10 anni volontaria della Croce Rossa Internazionale, nonché attivista delle organizzazioni Care e Watan. Il mio compito era quello di assistere i bambini e le donne vittime di abusi sessuali. Per quello sono stata arrestata.

Ho passato 165 giorni in prigione, di questi 120 in isolamento. Sono stata umiliata fisicamente e psicologicamente. Mi hanno torturata con le scariche elettriche e ancora ne porto i segni sul collo, sui polsi e sulle caviglie. Ho perso la sensibilità delle mani. Mi spegnevano le sigarette addosso. Mi hanno ripetutamente violentata, anche a volto scoperto. Ero infestata dalle zecche e da altri parassiti, senza ricevere alcun tipo di aiuto. Chiedevo del semplice sale per disinfettare le ferite, mi veniva negato. Potevo andare in bagno solo due volte al giorno, ma se le guardie governative erano arrabbiate per qualche motivo mi veniva impedito. Spesso, nella cella di isolamento che avrebbe dovuto contenere una sola persona, venivamo stipate in sette. Eravamo costretti a dormire in piedi. Quando non ero io a essere torturata, comunque ascoltavo per 24 ore al giorno le grida delle altre detenute. Si respirava odore di morte e quando mi spostavano, dai corridoi del carcere potevo vedere gli uomini nudi, faccia al muro, mentre venivano torturati. Ho visto uccidere due di loro. Uno era un mio amico, faceva il medico. Per questo l’hanno legato e bruciato vivo. Quando venivano gli osservatori delle Nazioni Unite in visita al carcere, questi abusi venivano celati ai loro occhi.

Una volta rilasciata, uomini del governo volevano costringermi a diventare una spia. Allora il mio avvocato mi ha consigliato di lasciare il Paese. L’ho fatto passando per il Libano, con l’aiuto dell’Onu. Oggi, ho 32 anni e da tre anni non vedo mio figlio: dal momento in cui mi hanno arrestata, mio marito ha reputato che non fossi più degna di badare a lui. Così l’ha rapito portandolo in Egitto per impedirmi di farlo fuggire con me. Ora non so nemmeno dove sia. Da allora non ho più sue notizie. Dal Libano sono arrivata in Turchia. Lì ho soggiornato per sei mesi occupandomi di diritti umani.

In quel Paese ci sono oltre 2.500 orfani tra i rifugiati. Avevo anche elaborato un progetto per dare loro assistenza, ma purtroppo non avevo i fondi per realizzarlo. Oggi vivo a Stoccolma, dove, dopo avere ottenuto la protezione internazionale, studio per diventare infermiera.

Attraverso il progetto di peace-building ‘Syriaza’, sono venuta in Italia per raccontare, sotto pseudonimo, la mia storia, perché i siriani che escono dalle prigioni governative vanno aiutati a mettersi in salvo. Una volta in carcere, si perde tutto. E quando si esce si è poveri ed esposti al volere delle milizie governative. Le donne vengono ridotte in schiavitù e gli uomini arruolati. L’Occidente deve sapere”.

Il progetto ‘Syriaza: un viaggio nella lunga notte siriana’ è realizzato dall’Ara Pacis initiative con il sostegno del ministero degli Affari esteri. Prevede la formazione, in metodologie per la pace e la riconciliazione, di 32 siriani, poeti, attivisti dei diritti umani, citizen journalists e membri rispettati delle diverse comunità. L’obiettivo è quello di raccogliere, diffondere e archiviare le storie raccolte nelle carceri, nelle comunità, tra i combattenti e gli sfollati per ricostruire la fiducia reciproca, alleviare il trauma e documentare le violazioni dei diritti umani.

Lo scorso 30 luglio i partecipanti al progetto hanno incontrato a Montecitorio la presidente della Camera Laura Boldrini. Nel video l’intervista a Maria Nicoletta Gaida, responsabile del progetto, e a due attivisti.

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Un commento su “Dalla Siria all’Italia per raccontare le torture e gli abusi del conflitto

  1. francesco dice:

    LA GUERRA IN SIRIA ,STA CREANDO MOLTI PROBLEMI SOPRATUTTO ALLE POPOLAZIONI CHE NON ANNO VIA DI USCITA.DALLA GUERRA E CHE NON POSSANO FUGGIRE COME FANNO ALTRI DELLO STESSO STATO ,E CHE IL DITTATORE STA UCCIDENDO CON LE SUE STESSE ARMI LA SUA POPOLAZIONE ,MA CIO CHE STA UCCIDENDO SONO LE DONNE CHE SONO LE PRIME VITTIME DI UNA GUERRA SPIETATA CHE VEDE LE DONNE UMILIATE E OFFESE DEL LORO DIRITTO DI ESSERE DONNE ,DI SENTIRSE BENE E LE UMILIAZIONI CHE FA IL REGIME SI ASSOCIANO ANCHE LE VIOLENZE SUBITE DALLE DONNE CHE SONO VIOLENZE PSICOLOGICHE O LA PIU SQUALLIDA E QUELLE DI TIPO SESSUALE CI VUOLE CHE GLI STATI INTERVENGANO A FARLA FINITA CON IL DITTATORE E ANCHE CON CHI COME.ISIS INTENDE VIOLARE ANCORA DI PIU LE POPOLAZIONI LOCALI CON LE LORO VIOLENZE INAUDITE.