“Donne in carriera, non sentitevi intruse in un club per soli uomini”

daniela brancatidi Daniela Brancati

Il 2 giugno 2005 è stata una bellissima giornata: sono diventata Commendatore della Repubblica italiana. Commendatore e non commendatora.

Ne ridevamo con un’amica dirigente di una grande azienda pubblica che a sua volta aveva ricevuto in passato l’ambito premio di ‘Uomo dell’anno’. D’altra parte molti anni prima ero stata nominata direttore di Videomusic e poi direttore e non direttora del Tg3. Insomma una carriera al maschile.

Possiamo sorriderne, ma dietro i nomi ci sono i simboli e dietro i simboli il potere che, nel negare le parole adatte al tuo genere, ti sta dicendo: sei un’intrusa in un club per soli uomini dove ti facciamo la grazia di lasciarti entrare. Vieni tu, ma solo tu perché sei l’eccezione che conferma la regola. L’eccezione per cui non vale la pena declinare il nome al femminile. Parole con forte valenza simbolica dunque. Come le immagini che ogni minuto ci vengono offerte e/o imposte dal circuito mediatico.

C’è una storiellina che viene raccontata agli studenti di marketing: siamo a Firenze all’inizio del ‘400 e degli uomini lavorano alla Fabbrica del Duomo. Un passante si avvicina e chiede a uno degli scalpellini: cosa stai facendo? Quello risponde senza esitazioni: taglio pietre, mi guadagno da vivere. Stessa domanda a un secondo scalpellino che invece risponde: costruisco la gloria del Signore.

L’immagine ferma e muta avrebbe detto che stavano facendo la stessa cosa, ma non avrebbe detto la verità. Non esiste neutralità del racconto, men che meno oggi che viviamo in un brodo mediatico i cui attori per farsi notare ricorrono sempre più spesso alla trasgressione, al superamento del limite, alle immagini forti. Sempre più forti.

La comunicazione è quella che fa la differenza, perché è al tempo stesso scambio di notizie, valori e simboli e prova d’esistenza sulla scena sociale. Ciò che i pubblicitari, coloro che governano le tv, fanno ogni giorno, è costruire la rappresentazione ufficiale della nostra vita, fornendo una lettura valoriale, non neutra del rapporto fra i generi.

Se la rappresentazione umilia noi donne, ci imprigiona in ruoli che nella società sono diventati residuali – la donna moglie madre oblativa e devota, fiduciosa nelle prestazioni dell’ultimo detersivo; la donna sottomessa e oggetto; la donna confinata in ruoli ridicoli e sempre in offerta di sé; la donna che fa gridolini di gioia alla vista di una dado da brodo e che freme con gli occhi chiusi da orgasmo nell’assaggiare un gelato o una patata chips – come possiamo sperare che la società intera confidi nelle nostre capacità e attitudini politiche, sociali, professionali? Come si può costruire una leadership femminile quando l’immaginario è incatenato a ruoli anacronistici, se non denigratori o violenti verso le donne. E come si può costruire una società migliore se manca una leadership femminile, come si può vincere se la metà della squadra resta in panchina?

Daniela Brancati è giornalista professionista, prima donna a dirigere un tg nazionale in Italia, saggista e scrittrice. Attenta al sociale e studiosa del tema donne e comunicazione

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