Due milioni di tweet ‘intolleranti’. L’Italia è un Paese che odia?

di Vittorio Lingiardi

Più di un anno di lavoro e di monitoraggio, quasi 2 milioni di tweet “intolleranti” estratti e studiati. Obiettivo: identificare le zone del Paese dove il linguaggio dell’odio è più diffuso, seguendo una lista di insulti (per un totale di 76 termini “sensibili”) riconducibili a cinque gruppi: disabili, donne, ebrei, immigrati, omosessuali.

La parola che odia (hate speech) è infatti quella che attacca e offende una persona o un gruppo sociale sulla base di caratteristiche come il genere, l’etnia, la religione, l’identità e l’orientamento sessuale, la disabilità.

E’ questo l’oggetto del progetto voluto da Vox-Osservatorio italiano sui diritti, una no-profit che si occupa di diffondere la cultura del diritto nel nostro paese, fondata da Silvia Brena e Marilisa D’Amico, in collaborazione con i dipartimenti di Diritto Pubblico dell’Università Statale di Milano (Marilisa D’Amico), di Psicologia dinamica e clinica della Sapienza di Roma (Vittorio Lingiardi e Nicola Carone), di Informatica dell’Università di Bari (Giovanni Semeraro e Cataldo Musto). E l’incontro pubblico dal titolo “Non siamo così. Donne parole immagini”, che si tiene oggi a Montecitorio, è un’ottima occasione per presentare la prima “hate map” realizzata in Italia.

Favorite dalla velocità e custodite dall’onnipotenza dello spazio cibernetico, le parole possono diventare pietre. Ma non per il peso del loro significato, come voleva Carlo Levi, bensì per pratiche, più o meno occasionali, di lapidazione e cyberbullismo. Immediate come un byte, umilianti come uno sputo, violente come un calcio, possono essere scagliate con un tweet. Identificate e geo-localizzate, vengono a formare una mappa. Una geografia di parole basata sulla combinazione di elementi discorsivi pre-esistenti (razza, genere, religione, ecc.), l’innesto di elementi contingenti (paure, ansie, fastidi) e il suggello argomentativo di fatti personali o di cronaca (rapine, violenze, ecc.).

mappa intolleranza

Dove l’“unità nazionale” sembra essere raggiunta soprattutto dall’insulto conto le donne (più della metà dei tweet estratti su tutto il territorio). L’offesa passa quasi sempre per la dimensione corporea e la sessualità: corpi disprezzati, mutilati, mortificati, verbalmente picchiati o stuprati. Si tratta di un bisogno primitivo, non elaborato, ma evacuato su gruppi che culturalmente rappresentano ciò che è considerato debole o inferiore. Un processo di deumanizzazione, che nel denigrare l’altro lo rende abietto.

Perché Twitter e i suoi 140 caratteri? Sebbene non sia il social network più utilizzato, il fatto che permetta di re-tweettare dà l’idea di una comunità virtuale continuamente in relazione, dove l’hashtag offre una buona sintesi del punto di vista dell’utente, elidendo tuttavia forme di pensiero più articolate. E poi perché i twittatori dichiarano spesso la loro collocazione nello spazio geografico e non solo in quello virtuale.

Per ora la “mappa” è solo una fotografia dall’alto che, nonostante il grande numero di tweet studiati e l’innegabile diversificazione delle localizzazioni geografiche, non può certo rispondere alla domanda: “L’Italia è un paese che odia?”. Può però diventare uno strumento utile per riflettere sulla violenza che abita la rete.

È davvero virtuale? Sappiamo che Twitter e l’associazione americana WAM! (Women, Action & the Media) hanno iniziato a lavorare a un sistema di segnalazione delle molestie sul network. Lo scopo è ridurre la quantità dei tweet che contengono minacce di violenza, doxxing (pubblicare informazioni personali altrui a scopo intimidatorio), insulti razzisti, omofobi o sessisti.

E Vox, della sua mappa, cosa ne farà? “La doneremo – risponde Silvia Brena – ai Comuni, alle Regioni, alle scuole, a chiunque sia interessato a partire dal linguaggio per conoscere il territorio e promuovere azioni culturali e interventi di sensibilizzazione”.

Lingiardi B&W nottetempoVittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, è Professore ordinario di Psicologia dinamica alla Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma, dove dal 2006 al 2013 ha diretto la Scuola di specializzazione in Psicologia clinica. La sua attività scientifica riguarda l’assessment dei disturbi di personalità, la valutazione dell’efficacia della psicoterapia, le identità di genere e gli orientamenti sessuali. È autore di numerosi volumi e articoli internazionali. Con Nancy McWilliams è coordinatore e responsabile scientifico della nuova edizione dello Psychodynamic Diagnostic Manual (PDM-2). Collabora all’inserto culturale Domenica del Sole 24 Ore e al Venerdi di Repubblica.  

Share Button

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicatoI campi richiesti sono marcati da *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*

7 commenti su “Due milioni di tweet ‘intolleranti’. L’Italia è un Paese che odia?

  1. luigi crocco dice:

    Mah
    Una volta c’era la speranza sul uomo che ravveduto intramprendeva un altro cammino con l aiuto degli amici dei parenti o della famiglia che ne apprezzava il talento a migliorare se stesso a rispettarsi e a rispettare gli altri.
    Ma fa parte di uno stile di pensiero e di vita di un tempo remoto dove l ‘ educazione e la speranza erano i pilastri di quel tempo per vivere con se stessi insieme agli altri quasi a. sfidarli per superarli sui valori del uomo in lavoro,studio,disciplina,onesta’,competenza.
    Oggi tutto r

  2. Salvatore Claudio Maiorana dice:

    Non credo che tutti in Italia possano identificarsi con la frase buttata lì: “l’Italia è un paese che odia?”.
    L’Italia è un paese dove la cultura cattolica e perbenista ha imposto dei dogmi quasi rigidi. L’attuale rivelazione di nuove cuture che accettano situazione “diverse”, e che non dovrebbero considerarsi diverse, (omosessualità, integrazione, disabilità, status di genere, antisemitismo), ha provocato un impatto psico-sociale che prima d’ora la civiltà (?) italiana non aveva considerato. Questa nuova rivelazione è stata considerata, da buona parte dei benpensanti, una sorta di violazione ed imposizione sui principi basilari della società (arcaica) italiana. L’improvvisa manifestazione di nuovi principi mai affrontati e mai considerati nel passato, ha suscitato la convinzione (soprattutto nelle vecchie generazioni ed anche in parte in quelle nuove) di subire una sorta di violenza che si insinua nei valori sociali fino a poco tempo fa ritenuti inviolabili. Cioè una sorta di incursione da parte di persone che erano considerate al margine della mediocre vecchia Società culturale borghese. Forse l’inserimento dell’accettazione di nuove (che non sono nuove) realtà è stato prematuro, nel senso che la Società italiana non era ancora pronta ad affrontare tali situazioni e per le quali doveva essere educata ad accettarle sia in ambito familiare sia nelle sedi scolastiche. Per questo c’è bisogno assoluto di pasienza e tolleranza soprattutto da parte di chi crede in questi cambiamenti, senza pretendere un’imposizione immediata e non mediata che altrimenti potrebbe ottenere dei contraccolpi spiacevoli e dannosi per tutti. Questa forse è vera civiltà e maturità!

  3. lucio dice:

    A mio parere intolleranza fa rima con ignoranza. In fondo siamo tutti uomini e donne degni del massimo rispetto! E comunque nessuno di noi è uguale ad un altro con pregi e difetti che siano. La cosa più importante però è che nessuno ha il diritto di giudicare un altro. MAI. Grazie

  4. a costo di apparire antidemocratica non pubblicherei in rete tutto ciò che oltre ad alimentare la violenza, disturba chi violento non è, chi ama le buone maniere ed è cresciuto con valori che stanno ormai scomparendo. per questa società che giudico ammalata è necessario guardare al passato per costruire un futuro più sano.

  5. Antonietta Piccoli dice:

    Ho insegnato per una vita cercando di sviluppare nei miei alunni il rispetto, la solidarietà, la tolleranza, credevo che il divenire di una cultura più globalizzata. portasse anche nel nostro paese un’attenuazione di certi atteggiamenti ma, con grande amarezza prendo atto che non è così, anzi. Egoismo, odio, che con metodo sono alimentati da certi interessi politici prendono piede in una popolazione che è sempre meno capace di ragionare con la propria testa e con i propri sentimenti,

  6. l’italia non è il paese in cui sono cresciuta. i valori che mi sono trasmessi resteranno per sempre nella mia memoria. è una nazione violenta quando non è indifferente. sconvolgente i fatti che accadono che tolgono la voglia di comprare giornali o sintonizzarsi sui TG. cambierà qualcosa? temo di no.

  7. la democrazia ha delle regole che spesso non vengono rispettate. per quanto riguarda gli utenti di twitter che scrivono parole inaccettabili bisognerebbe fare una disanima accurata. nel nostro paese non esiste più la buona educazione, il senso del rispetto per gli altri, la cultura come l’abbiamo conosciuta noi di una certa età. c’è da avere davvero paura perché siamo in mol ti a non voler subire certi soprusi ma contro l’arroganza, l’intolleranza, la violenza non sappiamo reagire.