“Odio contro le donne, adesso occorre un’azione specifica”

Nils_Muiznieks-wdi Nils Muižnieks

Nel 2013, Women, Action and the Media (WAM) e Everyday Sexism Project hanno lanciato una campagna pubblica sull’hate speech contro le donne.

Un esempio di ciò è stata la foto di una famosa cantante col volto tumefatto e sanguinante per le botte ricevute dal fidanzato, recante una didascalia che inneggiava all’azione del ragazzo.

La campagna ha indotto Facebook a reagire e a rivedere le proprie politiche, che ora tengono in maggiore considerazione un genere di discorso di incitamento all’odio spesso trascurato: quello nei confronti delle donne. Questo genere di discorso sta dilagando, in particolare su Internet, con inviti quotidiani alla violenza contro le donne e minacce di morte, aggressioni a sfondo sessuale o stupri.

Il caso più eclatante è verosimilmente quello di Malala Yousafzai, la giovane pakistana che, dopo essere sopravvissuta a un tentativo di omicidio per le posizioni assunte in difesa dei diritti delle donne, è stata oggetto di una campagna di ostilità su Internet. Malala ora è nota in tutto il mondo, Europa inclusa, come simbolo della lotta delle donne. I casi più recenti, di fatto, ci ricordano che sbagliamo di grosso a credere che i discorsi di incitamento all’odio contro le donne non siano un problema europeo.

Qualche giorno fa, ad esempio, nel Regno Unito è stata avviata un’inchiesta contro due poliziotti che hanno utilizzato un linguaggio denigratorio nei confronti di una ragazza di 19 anni che intendeva sporgere denuncia per violenze domestiche.

In Italia, la Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, dal giorno del suo insediamento è stata più volte bersaglio di discorsi di incitamento all’odio, come è accaduto anche di recente quando il leader del Movimento Cinque Stelle, un gruppo politico che alle elezioni dello scorso anno ha ottenuto un quarto dei consensi elettorali, ha pubblicato un post manifestamente misogino sul suo blog, poi ripreso sui suoi social media e quelli dei suoi deputati, che ha generato una catena di commenti violenti e di insulti contro di lei.

Sono numerosi anche i casi di giornaliste europee che sono state oggetto di esplicite minacce sessuali. Molte di loro si sono viste costrette a uscire dalla blogosfera. Questi non sono che alcuni esempi di un fenomeno molto più ampio e sottovalutato, che richiede un’azione urgente e mirata.

Standard internazionali

Le disposizioni in materia di discorsi di incitamento all’odio nel diritto internazionale dei diritti umani di solito si applicano a motivazioni legate all’odio razziale, etnico e religioso, come nel caso della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici.

A livello europeo i discorsi di odio, secondo la definizione che di essi dà il Consiglio d’Europa, coprono tutte le forme di espressione che diffondono, incitano, promuovono o giustificano l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo o le altre forme di odio basate sull’intolleranza, tra cui l’intolleranza espressa da un nazionalismo aggressivo e dall’etnocentrismo, la discriminazione e l’ostilità nei confronti delle minoranze, dei migranti e delle persone di origine immigrata. Sebbene la definizione si riferisca a gruppi che sono spesso oggetto di discorsi di incitamento all’odio, questa lista va intesa come un elenco aperto e i possibili obiettivi non devono essere limitati soltanto a quei gruppi. Ciò è risultato chiaro nel 2011, quando il Consiglio d’Europa ha aperto alla firma la Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), che vincola gli Stati parte a proibire le molestie sessuali, inclusa qualsiasi forma di “comportamento indesiderato, verbale, non verbale o fisico, di natura sessuale”. La Convenzione pone l’accento anche sulla partecipazione del settore privato e dei mass media e prevede l’obbligo per gli Stati parte di individuare modalità per incoraggiare le società private e i mass media a elaborare norme di auto-regolamentazione che, ad esempio, limitino qualunque forma di abuso verbale o fisico nei confronti delle donne. Ciò includerebbe i discorsi di incitamento all’odio basati sul genere, oltre a qualunque forma di istigazione alla violenza contro le donne. L’obbligo dei governi, in questo caso, è di prevedere incentivi o comunque incoraggiare gli attori del settore privato ad adoperarsi per garantire che nessuno dei loro prodotti, servizi o annunci presenti tendenze misogine o possa dare adito al loro sviluppo.

A tre anni dall’apertura per la firma, la Convenzione di Istanbul è stata ratificata solo da otto Stati membri (Albania, Austria, Bosnia ed Erzegovina, Italia, Montenegro, Portogallo, Serbia e Turchia), un numero insufficiente a farla entrare in vigore. Un ulteriore standard è costituito dalle linee guida adottate nel 2013 dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa sull’uguaglianza di genere e i media. Esse raccomandano specificamente che, qualora non abbiano già provveduto, gli Stati membri adottino un quadro giuridico adeguato a garantire il rispetto del principio della dignità umana e la proibizione di tutte le forme di discriminazione a sfondo sessuale, oltre che dell’incitamento all’odio e a qualunque forma di violenza di genere all’interno dei media.

Azioni nazionali

Un primo passo da compiere, per gli Stati membri, è la ratifica della Convenzione di Istanbul e l’utilizzo delle sue disposizioni per definire meglio il lavoro delle autorità nazionali e locali, inclusi il personale medico e le forze di polizia, sulla base di quattro principi chiave per la lotta alla violenza: prevenzione, protezione, punizione e politiche integrate. In aggiunta a ciò, gli Stati membri dovrebbero anche proibire per legge qualunque forma di sostegno all’odio di genere che costituisca un incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza, così come previsto dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici per altre motivazioni. Un altro strumento a loro disposizione è la campagna del Consiglio d’Europa “No Hate Speech Movement”, che fornisce strumenti di sensibilizzazione su questo problema e aiuta a reagire, anche attraverso la sua pagina di denuncia, sulla quale i contenuti di odio sono monitorati e raccolti dagli utenti. Gli Stati membri devono partecipare alla campagna e realizzarla come parte degli sforzi compiuti nella lotta ai discorsi di odio. Esistono diverse altre misure. Ad esempio, sia i media tradizionali che quelli online potrebbero intensificare l’impegno per denunciare e marginalizzare i discorsi sessisti. Per reazione alla citata campagna, Facebook si è impegnata a rivedere le proprie politiche, a migliorare la formazione dei propri moderatori, stabilire linee di comunicazione più formali e dirette con i gruppi di sostegno e aumentare la responsabilità dei creatori di quei contenuti che sono crudeli o insensibili ma che non si qualificano come discorsi di incitamento all’odio. L’istruzione è un altro ambito nel quale si può agire. Nel suo Rapporto 2012 sui discorsi di incitamento all’odio Frank La Rue, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e di espressione, rilevava che la prima misura importante da adottare è “fronteggiare e compensare la censura indiretta, il senso di impotenza e/o di alienazione percepito da molti gruppi e individui. Ad esempio, in molti Paesi le donne o i gruppi di donne che criticano pubblicamente i princìpi religiosi discriminatori sono stati spesso oggetto di gravi molestie e intimidazioni, da parte di attori sia statali che non statali. (…) Dare spazio alle voci che sono state messe ai margini e alle prospettive che in genere non hanno modo di esprimersi, consente a tali iniziative di svolgere un ruolo essenziale per promuovere il dibattito e una maggiore comprensione all’interno della società.”

Un segnale chiaro

La libertà di espressione è un diritto fondamentale, che deve essere protetto, ma non è un diritto assoluto. Esistono alcuni limiti, che riguardano in particolare i discorsi di incitamento all’odio. I discorsi di incitamento all’odio nei confronti delle donne rappresentano in Europa un problema annoso, del quale però si parla poco e che gli Stati membri hanno il dovere di combattere con maggiore risolutezza. È necessario disporre di strumenti giuridici e politici che consentano la loro ferma condanna e il perseguimento penale dei colpevoli. In occasione della Giornata Mondiale della Donna, il prossimo 8 marzo, i leader politici e di opinione di tutta Europa devono lanciare al pubblico un segnale chiaro, dal quale emerga chiaramente che i discorsi violenti contro le donne all’interno di una società democratica non trovano spazio e non saranno tollerati.

Traduzione dell’articolo pubblicato su http://bit.ly/1cbRXcD

Nils Muižnieks è Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa dal 2012. Di nazionalità lettone, ha studiato negli Stati Uniti d’America, presso l’ Università di Berkeley. Lavora nel campo dei diritti umani da due decenni. E’ stato direttore dell?istituto di ricerca Sociale e Politica presso la Facoltà di Scienze Sociali dell’Università di Riga, presidente della Commissione europea contro razzismo e l’intolleranza. Ha pubblicato in materia di diritti umani, in particolare su razzismo, discriminazione e diritti delle minoranze. Lettone e inglese sono le lingue madri, parla anche francese e russo.

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