One Billion Rising, danza globale contro la violenza sulle donne

luisa betti-wdi Luisa Betti

One Billion Rising questa volta è “for justice”.

E’ “un appello per promuovere una giustizia rivoluzionaria”, come dice Monique Wilson direttrice dell’evento mondiale che anche quest’anno chiede di danzare contro la violenza su donne, ragazze e bambine. Una mobilitazione internazionale nata dal lavoro di Eve Ensler che ha portato per anni in giro per il mondo i sui “Monologhi della vagina”, e che lo scorso anno ha voluto lanciare il 15° anniversario del V-Day, chiamando un miliardo di donne e uomini in una mobilitazione che ha visto più di 10mila eventi sparsi per tutto il Pianeta. Ma la danza non basta ed è per questo che OBR domani, 14 febbraio, punterà il suo dito dritto verso la giustizia, o meglio contro l’ingiustizia che colpisce trasversalmente tutte le donne di ogni età, ceto sociale, cultura, paese e provenienza.

“Molti dei nostri sostenitori – spiega Eve Ensler – ci hanno scritto per dirci che quest’anno volevano andare oltre, andare più in profondità, affrontare la questione dell’impunità e della mancanza di responsabilità da parte delle istituzioni, quali fattori significativi nella perpetuazione della violenza contro le donne. E un miliardo per la giustizia, chiama le sopravvissute, e coloro che le hanno aiutate, a rompere il silenzio attraverso l’arte, la danza, le processioni, i rituali, con canzoni, parole, testimonianze e altre modalità che meglio esprimano il loro senso di ribellione, i loro bisogni, i loro desideri e la loro gioia”.

“One Billion Rising” for justice è quindi un evento non perché si balla ma perché se è vero che nel mondo “in media, almeno una donna su tre è stata picchiata, abusata sessualmente o aggredita dal partner durante la sua vita”, come riporta l’Onu, questa è l’occasione in cui molte persone vengono raggiunte da un messaggio preciso sulla violenza contro le donne, e soprattutto le associazioni e chi lavora sul territorio può unirsi, confrontarsi e fare rete per spingere in quello che è la specificità del proprio luogo dandosi forza reciproca.

Per questo il 14 febbraio non si ballerà soltanto: per domani le donne bosniache hanno ottenuto di far discutere in parlamento la legge sulla sull’indennità di guerra per gli stupri subiti durante il conflitto, e in Perù il Demus, un’organizzazione che si batte per migliaia d’indigene sterilizzate durante il regime Fujimori e per le tutte le donne stuprate durante il conflitto armato, ha messo un processo “finto” in cui chiama in causa lo Stato per adempiere all’obbligo di dare il giusto risarcimento alle donne con una Corte presieduta da importanti personalità come Cecilia Medina Quiroga, ex presidente della Corte dei diritti dell’uomo Inter-Americana (IACHR). In tutta l’America Latina, che ha il più alto tasso di femminicidio nel mondo, dal Guatemala alla Colombia, il Costa Rica, Panama, Cile, El Salvador, tutte e tutti gli attivisti si sono mobilitati da mesi sia nelle comunità rurali, che cercando canali di interlocuzione con funzionari governativi, e in Messico si sta lavorando per ospitare 12.000 persone nella Plaza de la Constitución di fronte alla Cattedrale di Città del Messico. In Sud Africa, sia a Città del Capo che Johannesburg, si affrontano due grandi temi: la violenza contro la comunità LGBT e gli stereotipi maschili, mentre i gruppi di donne del Sud-Est e Asia meridionale – Filippine, India, Nepal, Bangladesh, Indonesia, Thailandia – chiedono uno sviluppo economico e ambientale sostenibile per le donne nel sud del mondo e la fine della militarizzazione e dell’intervento straniero nelle zone di conflitto. In  Usa le campagne sono tantissime e ci si concentra su immigrate, diritti delle farmworker, le molestie sessuali sul luogo di lavoro, trafficking e turismo sessuale.

Negli ultimi 20 anni ci son state 20.000-50.000 donne stuprate in Bosnia, 250.000-500.000 in Ruanda, 50.000-64.000 in Sierra Leone, e una media di 40 donne stuprate al giorno nella Repubblica Democratica del Congo: stupri di guerra per cui ancora adesso molti dei responsabili, sono rimasti impuniti (dati Onu). Le spose bambine sono circa 60 milioni con territori, sempre secondo l’Onu, come il Medio Oriente in cui la situazione è difficile da valutare perché il fenomeno non è censito, e Paesi come lo Yemen dove l’elenco delle “piccole spose” che muoiono di parto è un bollettino di guerra. Nei 14 anni di guerra civile liberiana il 40% delle donne ha subito violenze con conseguenze psichiche e fisiche devastanti, e nella sanguinosa guerra civile in Sierra Leone migliaia di donne, ragazze e bambine sono state stuprate e ridotte a schiave sessuali, mentre un numero imprecisato di donne e ragazze sono state violentate in Darfur, nel Sud Sudan e sui Monti Nuba durante conflitti dove venivano spezzate le gambe alle ragazze che scappavano per evitare lo stupro, secondo Amnesty International. Donne che nei campi profughi di Kenya, Ciad, Etiopia, Eritrea, continuano a essere violentate appena si allontanano dalla propria locazione per fare legna da ardere.

Una violenza che si combatte a partire dalla parola, dalla rottura del silenzio e con il racconto delle storie individuali, come chiede Eve Ensler. Per una giustizia reclamata e pretesa che metta in luce la violenza contro le donne non solo come violenza fisica o sessuale ma come violenza che nasce dalla discriminazione di genere da quando una persona nasce femmina. “Il richiamo alla giustizia – dice Nico Corradini, una delle responsabili di OBR Italia – non è solo riferito all’accesso delle donne alla giustizia ma esprime il desiderio di una vita in cui sia possibile una maggiore giustizia sociale a partire da una reale parità tra uomini e donne in tutti gli ambiti della vita quotidiana: a scuola, in famiglia, sul lavoro, ovunque. Questo – spiega – è un movimento che arriva veramente a tutti e che può divulgare anche quello che molti non sanno o che conoscono solo superficialmente”. OBR, che ha anche appoggiato la campagna spagnola e poi europea #yodecido per l’accesso delle donne all’interruzione di gravidanza volontaria contro i tentavi di cancellarla, come quello del governo spagnolo, valuta come passo importante di una società, l’autodeterminazione delle donne, e riguardo la violenza non rinuncia a sottolineare la necessità dell’applicazione della Convenzione di Istanbul che dà “un quadro completo di come affrontare il tema e per definire azioni che vanno dai centri antiviolenza alla prevenzione, l’educazione, e la sensibilizzazione in ogni ambito: passi necessari per un cambiamento culturale profondo”, conclude Corradini.

Parlare di violenza contro le donne, e di una maggiore giustizia sociale, significa parlare di un fatto che tocca tutte in diversi modi e in diverse fasi della vita, e in cui le istituzioni e le autorità troppo spesso non intervengono o intervengono in maniera superficiale o inefficace, esponendo in ogni caso e ulteriormente la donna che chiede giustizia.

Sia la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica (2011), e sia la Carta redatta dalla 57a “Commission on the Status of Women” dell’Onu (2013), sottolineano come la violenza contro le donne comprenda “ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi o possa provocare, danno fisico, sessuale o psicologico o una sofferenza alle donne e le ragazze, comprese le minacce di tali atti, la coercizione o arbitrarie privazione della libertà, sia in pubblico che nella vita privata”, a cui si aggiunge l’esportazione a “governi, soggetti attivi nel settore del sistema delle Nazioni Unite, organizzazioni internazionali e regionali, delle donne e di altre organizzazioni della società civile e del settore privato, ad adottare le azioni a livello nazionale, regionale e globale”, per “il raggiungimento della parità di genere e l’empowerment delle donne in tutte le sue dimensioni”, in quanto “essenziali per affrontare le cause profonde della violenza contro le donne e le ragazze”.

Questo perché ancora adesso, come sottolineato anche dal rapporto di Michelle Bachelet, ex responsabile di UN Women oggi presidente del Cile – “Il progresso delle donne nel mondo: alla ricerca della giustizia” (2012) – troppo spesso “i crimini contro le donne non vengono divulgati” e che “milioni di donne nel mondo continuano a subire ingiustizia, violenze e disparità nelle loro case, nel loro posto di lavoro e nella loro vita sociale”, fattori che rendono difficile il superamento reale di una disparità tra uomini e donne. Una discriminazione presente non solo in paesi “lontani” ma anche nella civile Europa, come la Danimarca dove “un certo numero di reati e abusi sessuali non consensuali in cui la vittima è indifesa a causa di una malattia o ebrezza, non sono punibili per legge se il perpetratore e la vittima sono spostati”, o la Norvegia dove “nonostante il numero di stupri denunciati alla polizia sia aumentato, più dell’80% di questi casi sono stati chiusi prima di giungere in tribunale” (Rapporto Amnesty International 2012).

Fonte http://www.pagina99.it/news/societa/3822/One-Billion-Rising–il-mondo.html

Link eventi Italia http://obritalia.livejournal.com/

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2 commenti su “One Billion Rising, danza globale contro la violenza sulle donne

  1. Ottimo articolo. Ninfa Lucchesi