Scelte di libertà, la Resistenza che costruì la democrazia

_BAT4615di Michela Ponzani

“Avevamo vissuto la guerra…non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, ‘bruciati’, ma vincitori,

spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi di una sua eredità”. Così Italo Calvino, nel libro ‘Il sentiero dei nidi di ragno’, ricordava i venti mesi trascorsi clandestinamente in montagna, tra “agguati, rastrellamenti e imboscate”, dove ognuno aveva imparato a fare il partigiano “per l’indipendenza della patria e per la nostra dignità di uomini liberi” (come si legge nel Manifesto pubblicato dal CVL, comando della III zona canavese, 25 maggio 1945).

Tra l’8 settembre del ’43 e il 25 aprile del ’45, si combatte in Italia una «guerra totale»: le popolazioni civili diventano il bersaglio strategico di una di guerra terroristica fatta di stragi e rastrellamenti; di incendi a paesi e villaggi, con la distruzione di case e raccolti, in un susseguirsi di ritorsioni crudeli e immotivate contro gli ostaggi; con fucilazioni e torture sui corpi dei prigionieri politici; con omicidi e stupri contro le donne.

La lotta partigiana è anzitutto una guerra di liberazione dalla «politica del terrore» nazista; ma è anche una scelta di libertà. Per la generazione cresciuta nell’Italia degli anni ’30, la scelta di resistere è un atto di disobbedienza radicale nel rifiuto del potere fascista, ed è figlia del disfacimento del regime. Liberare il paese dai tedeschi è solo il punto di partenza per realizzare una società più equa e democratica, che saldi l’orizzonte dei diritti civili a una dimensione di giustizia sociale. I «piccoli maestri» che andranno ad ingrossare le fila dell’esercito partigiano, assieme agli antifascisti del ventennio, ai soldati sbandati dopo l’8 settembre e al mondo operaio, sono giovani nati e cresciuti sotto il fascismo: di diversi orientamenti politici e ispirati da uno spontaneismo libertario, patriottico, influenzato da Mazzini e da Croce e dalla storia garibaldina del Risorgimento, sono forse un po’ idealisti, ma assolutamente convinti di dover dare uno scossone alla società italiana di quegli anni. Una società apatica, corrotta, segnata da profonde discriminazioni, attraversata da incomprensibili disparità sociali, dove regnano servilismo e disimpegno politico.

Il passaggio da queste manifestazioni di dissenso alla decisione d’impugnare le armi, matura con l’irrompere della guerra nella vita di tutti i giorni. Dopo le dure sconfitte militari nei Balcani, in Africa, in Grecia e in Unione Sovietica, l’armistizio con gli Anglo-americani viene annunciato improvvisamente con un messaggio radio, l’8 settembre 1943. Senza la predisposizione di piani per fronteggiare le truppe tedesche stanziate in Italia, il paese viene occupato in pochi giorni. Abbandonati dai comandi dello Stato maggiore e lasciati senza ordini, i militari italiani si sbandano e molti si rifugiano in montagna, formando le prime «bande di ribelli». Rifiutatisi di giurare fedeltà al Terzo Reich, sono oltre 600.000 i militari italiani deportati in Germania.

Per secoli «bottino» degli eserciti invasori, nella Resistenza combattono anche le donne; per loro la scelta partigiana è una «guerra privata» per l’emancipazione dalle discriminazioni e dalla subalternità sociale e culturale. La lotta partigiana segna uno strappo con la società patriarcale, la liberazione dall’educazione fascista, fuori e dentro le mura domestiche, che ha ridotto la donna a «pietra fondamentale della casa, sposa e madre esemplare». Convincersi all’uso armato della violenza è di certo un dramma di coscienza attraversato da dubbi e paure. I partigiani si rifiutano però di cedere al ricatto delle rappresaglie. Ovunque si combattesse, nelle città presidiate dai Gap o a Nord della linea Gotica, tra gli Appennini e il Po, e ancora con la mobilitazione sociale nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nelle campagne, fu questa l’etica della responsabilità di quei combattenti volontari, «dagli abiti laceri e dalle scarpe rotte», costretti a battersi «per necessità, non per odio», nell’idea di un possibile riscatto dell’Italia «dalla vergogna e dall’orrore del mondo».

Michela Ponzani è consulente dell’Archivio storico del Senato della Repubblica italiana, è stata Visiting Fellow al Remarque Institute della New York University e ha fatto parte del gruppo di ricerca della Commissione storica bilaterale italo-tedesca, istituita nel 2008 dai Ministeri degli affari esteri di Italia e Germania. Autrice di numerosi saggi e studi sulla Resistenza e sull’Italia repubblicana, ha pubblicato tra l’altro: Senza fare di necessità virtù (con R. Bentivegna, Einaudi 2011); Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, “amanti del nemico” (1940-1945) (Einaudi 2012), Figli del nemico. Le relazioni d’amore in tempo di guerra 1943-1948 (Laterza, 2015).

Share Button

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicatoI campi richiesti sono marcati da *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*

Un commento su “Scelte di libertà, la Resistenza che costruì la democrazia

  1. lucio dice:

    Giusto ieri sera parlavo del 25 aprile 1945 con mio padre che allora aveva 12 anni e mi diceva che a 70 anni di distanza ricorda perfettamente quel giorno nonostante.
    Nelle sue parole e nella sua espressione ho potuto scorgere quanto potesse rappresentare l’immagine e il ricordo di quel giorno.
    Nonostante ciò, però. egli mi ha ricordato quanto, nel periodo successivo, ci fossero ancora momenti molto difficili legati soprattutto alla sete di vendetta di singole persone. Il tutto contrapposto alla voglia di potersi mettere in salvo da parte di altri.