“Dire addio ai campi nomadi si può. Ecco l’integrazione possibile”

di Carlo Stasollastasolla

Nell’immaginario collettivo la presenza di rom e sinti in Italia è ritenuta numericamente rilevante

e percepita come fastidiosa, molestatrice, attentatrice alla pubblica sicurezza. In realtà, se guardiamo i numeri, scopriamo che in Europa l’Italia ha una delle percentuali più basse di rom presenti sul suo territorio. Sono circa 160mila, di cui la metà cittadini italiani. In percentuale alla popolazione italiana si attestano ad un ridicolo 0,25 per cento.

ll Rapporto annuale 2014 dell’Associazione 21 luglio, presentato oggi nella Giornata Internazionale dei rom e dei sinti, indaga sui dodici mesi appena trascorsi per individuare la trama che ha intessuto la storia delle politiche ad essi rivolte nel periodo considerato.

Se puntiamo la lente sul 2014, è possibile affermare che in Italia il varo della Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti (SNIR) e il cambio di direzione da essa paventato, non hanno significato un sostanziale mutamento delle condizioni di vita delle comunità rom e sinte. L’approccio emergenziale – che nei propositi doveva essere definitivamente abbandonato – ha rappresentato il leitmotiv di ogni azione pubblica e si è andato declinando nei dodici mesi considerati in numerose operazioni di sgombero forzato (più di 250 nelle sole città di Roma e Milano) e nella ideazione e progettazione di nuovi “campi nomadi”.

Esiste un nesso diretto tra politiche discriminatorie e segregative e l’antigitanismo così diffuso e radicato nel nostro Paese. Secondo i dati diffusi nel 2014 da un autorevole istituto di ricerca americano, che ha indagato l’entità dei sentimenti antizigani in 7 Paesi europei (Italia, Regno Unito, Germania, Spagna, Francia, Grecia e Polonia), il nostro Paese conquista addirittura il primato. In Italia storicamente rom e sinti rientrano tra i capri espiatori d’eccellenza verso cui rigurgitare malcontento e rabbia, soprattutto in momenti di congiuntura economica sfavorevole.

La città di Roma – dove risiede un quinto dei rom in disagio abitativo in Italia – rappresenta la cartina di tornasole delle politiche rivolte nel nostro Paese nei confronti di rom e sinti. Qui il 2014 resta impresso nella memoria come l’anno di Mafia Capitale. Roma è la capitale dei «villaggi della solidarietà», luoghi dimenticati per lo più in stato di abbandono, con unità abitative in degrado e in condizioni igienico-sanitarie drammatiche, ed è anche la capitale degli sgomberi forzati – trentaquattro nel solo 2014. Azioni di sgombero funzionali ad acquisire consenso, lesive dei diritti umani e dispendiose dal punto di vista economico.rapporto21lulgio

Eppure, l’integrazione è possibile e gli esempi di buone pratiche esistono. A Messina e a Padova, ad esempio, sono stati promossi ‘centri di autorecupero’ per il reinserimento abitativo. Nella città siciliana il progetto ‘Casa e/è lavoro’ è stato rivolto a 14 famiglie che dal campo attrezzato di Villaggio Fatima si sono spostate in alloggi in disuso. Sono stati loro, dopo un corso di formazione, a ristrutturare l’edificio dove poi sono andati a vivere e che pagheranno al Comune con un costo agevolato dopo i primi 5 anni, prima dei quali si tiene conto del lavoro svolto a titolo gratuito per la ristrutturazione. Il costo del progetto, 145mila euro, è risultato dieci volte inferiore a quello sostenuto annualmente per gestire il campo attrezzato. A Padova, invece, è stato individuato dal Comune un terreno dove 12 famiglie di sinti, dopo un apposita formazione, hanno costruito dalle fondamenta nuove unità abitative che abitano dal febbraio del 2010. Terreno e case sono di proprietà dell’amministrazione cittadina e sono date in affitto ai sinti che le hanno costruite, pagando un canone mensile calcolato in base al reddito.

Insomma, in un 2014 carico di evidenti contraddizioni, alcune gocce appaiono come speranze. Quelle più chiare sono tre: una diffusa e maturata consapevolezza tra gli amministratori sulla necessità di superare definitivamente i “campi nomadi”; una nuova sensibilità dell’opinione pubblica nel condannare con determinazione e fermezza forme di razzismo e discriminazione verso i rom; un nuovo “gruppo di rappresentanza” incarnata da giovani sinti e rom che, attraverso corsi e stage, si stanno formando a prendere in mano – con responsabilità e maturità – la loro esistenza e quella delle loro comunità.

Carlo Stasolla è presidente dell’associazione 21 luglio

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Un commento su ““Dire addio ai campi nomadi si può. Ecco l’integrazione possibile”

  1. giulia dice:

    Le regole si fanno per i disonesti, gli onesti che siano italiani o stranieri sono i primi a volerle.
    Le regole sono per tutti e vanno rispettate perchè la libertà di un individuo, nomade o no, finisce dove inizia quella dell’ altro.
    Le sembra che funzioni così?
    Dove non si fanno rispettare le regole prendono il sopravvento i prepotenti e questo è quello che succede.
    Buon lavoro