La mia battaglia contro un tumore maligno durante la gravidanza

faloci-wdi Francesca Faloci

La mia storia comincia nel 2004 quando, in attesa del mio secondogenito, inizio ad accusare i primi sintomi di quella che sembrava una banale influenza.

Come spesso mi capitava a causa del mio lavoro di insegnante di scuola primaria, sempre a contatto con i bambini, anche quell’inverno la tosse mi tormentava ma non voleva passare, così come il mal di testa, la stanchezza e la spossatezza che consideravo comunque conseguenze della gravidanza.

In realtà poi è subentrata la febbre sempre più alta e la tosse è diventata bronchite prima e polmonite poi. Ho dovuto rinunciare al mio lavoro tanto amato e rinunciare anche alla mia bambina Rebecca di cinque anni per affrontare un ricovero in ospedale, “almeno finché non riusciamo a far sparire la febbre”, mi dissero i medici. Avevo già provato a casa degli antibiotici e tanti altri me ne fecero in vena in ospedale, sempre compatibili con la gravidanza, ma senza alcun effetto. Ci volle la chemioterapia per far passare la febbre che dal pomeriggio diventava molto alta e calava solo con massicce sudorazioni notturne, tipiche del linfoma di Hodgkin. Insieme al prurito, l’inappetenza, le forze che calavano, tanti linfonodi si erano infiammati e vennero analizzati con vari esami cui mi sono dovuta sottoporre. I medici hanno così potuto capire che soffrivo di quel particolare tipo di tumore maligno che invade il sistema linfatico e di conseguenza il sistema immunitario. Ero arrivata al quarto stadio, il più grave per il quale era assolutamente necessaria la chemio per poter salvare me e quindi anche il mio bambino. Non potevo permettermi di aspettare oltre.

I medici dell’ospedale “Santa Maria della Misericordia” di Perugia, la città in cui risiedo, sia del reparto di Ginecologia che di quello di Ematologia, specifico per la mia malattia, sono stati molto accorti e precisi nello spiegarmi ciò cui sarei andata incontro facendo chemioterapia in gravidanza. Insieme a mio marito, che ha subito deciso di andare in aspettativa non retribuita dal suo lavoro di impiegato bancario per starmi vicina, mi sono affidata al Signore ed ho iniziato la cura di polichemioterapia prevista dal protocollo internazionale in caso di linfoma. Dopo tre giorni la febbre è sparita, i valori del sangue sono cominciati a migliorare e sono potuta tornare a casa per riabbracciare la mia bambina. In tutto ho affrontato cinque somministrazioni di chemioterapia in gravidanza in regime di Day Hospital dove ho trovato personale medico e infermieristico di eccezionale competenza ed umanità, così come avevo trovato nel Reparto di Ematologia. Contemporaneamente alla mia salute, veniva monitorata ogni due settimane anche quella del bambino che cresceva regolarmente anzi era anche al di sopra della media per epoca gestazionale.

Come da subito mi venne chiarito, il programma era di far nascere il bambino con parto cesareo un paio di mesi prima della data presunta, quando dal controllo ecografico fosse stato intorno ai due chili di peso. In seguito io avrei potuto iniziare a curarmi in modo più approfondito. E così accadde: il primo giugno è nato Filippo che, nonostante tutta quella chemio, è un bambino sano, come dimostrarono tutti gli esami specifici cui è stato da subito sottoposto. Naturalmente, con mio grandissimo rammarico, non ho potuto allattarlo perché dovevo continuare la chemioterapia la cui tossicità in gravidanza la placenta riesce a bloccarla ma nel latte materno sarebbe passata direttamente, così mi venne spiegato. Dopo quindici giorni dal parto ho ripreso la chemioterapia che è stata poi aumentata con dosi più forti fino ad arrivare all’autotrapianto di midollo osseo che ha previsto un ricovero di tre settimane in isolamento. Non sto qui a dire la sofferenza fisica nell’affrontare questa volta una chemioterapia a dosi sovramassimali, ma soprattutto la sofferenza emotiva nel dover di nuovo lasciare i miei bambini per tanti giorni. Alla fine però sono riuscita ad andare in remissione dalla malattia.

Dopo circa una anno, incredibile a dirlo, è comparsa una recidiva trattata con radioterapia e pochi mesi dopo ancora un’altra recidiva trattata ancora con radioterapia ma, a questo punto, i miei medici ematologi si erano già attivati per passare alla fase successiva: la ricerca di un donatore compatibile per il trapianto di midollo osseo. Purtroppo né le mie due sorelle e neanche mio fratello sono compatibili con me al 100% quindi è stata attivata la ricerca di un donatore non consanguineo tramite la banca internazionale e, dopo circa  sei mesi, mi hanno comunicato che era stato trovato un donatore compatibile. Ed è così iniziata l’ultima grande fase di cure della mia malattia che ancora una volta mi ha costretta ad un ricovero prolungato in isolamento, 39 giorni, per affrontare di nuovo chemioterapia a dosi sovramassimali e successivo trapianto delle cellule staminali del donatore giunte in ospedale con un viaggio aereo. Il mio donatore non lo conosco, per la legge sull’anonimato, si è sottoposto all’espianto nell’ospedale della sua città, ed è per me come un angelo che mi ha salvato gratuitamente con un atto di massima ed estrema generosità!faloci1-w

Dopo tante infezioni dovute alla mia immudepressione come trapiantata in cui il sistema immunitario viene ricostituito da zero, come un bambino appena nato, ora posso dire di stare bene, continuo i miei controlli periodici, ho ripreso possesso della mia vita di mamma di due figli che ormai sono due adolescenti, di insegnante di scuola primaria, di testimonial in quanto ritengo estremamente importante conoscere la storia “di chi ci è già passato” quando si affronta una malattia grave come questa e, anche se spesso è stata veramente tanto dura, sono grata a tutti coloro che ho conosciuto, che mi hanno salvata come i miei medici ematologi guidati prima da Massimo Fabrizio Martelli e ora da Brunangelo Falini, a tutti coloro che anche solo con una telefonata, un “come stai?”, un sorriso mi hanno supportata e mi permettono ora di dire e raccontare la mia storia.

Francesca Faloci ha 49 anni ed è sposata con Carlo Romoli da 22 anni. Ha due splendidi figli, Rebecca di 17 anni e Filippo di 11. E’ umbra da generazioni ed ha sempre vissuto in questa regione; risiede a Collestrada, una piccola frazione di antiche origini medievali, tra Perugia e Assisi. E’ laureata in Pedagogia ed insegna nella scuola primaria per scelta. Durante gli anni della malattia ha avuto modo di avvicinarmi ad associazioni di volontariato con cui ancora collabora come volontaria e come testimonial con la speranza di poter essere di aiuto a chiunque si trovi in condizioni di salute simili alle sue.

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6 commenti su “La mia battaglia contro un tumore maligno durante la gravidanza

  1. il suo linfoma è il meno aggressivo di tutti i linfomi. peccato che non sia stato diagnosticato precocemente. poiché è iniziato tanti anni fa possiamo considerarla una storia a lieto fine. auguri vivissimi

    • Faloci Francesca dice:

      Grazie mille per gli auguri! E’ vero il mio tipo di linfoma è il meno aggressivo ma purtroppo a volte può essere letale, soprattutto quando arriva al quarto stadio come è successo a me…Ormai comunque anche i medici mi considerano fuori pericolo da recidive, posso dire di essere stata fortunata ad avere avuto la possibilità di curarmi in un centro di eccellenza!!!

  2. luigi crocco dice:

    ottimo l’ articolo ho apprezzato sullo stile la voglia di farcela ad ogni costo per sé, i suoi bimbi , la sua famiglia sull’ ultima speranza

    • Faloci Francesca dice:

      Grazie mille per i complimenti!

      • Goteng dice:

        Ciao Erika, bisogna esrese forti. Io sono stata operata a 35 anni e ti dico che se il tumore di tuo padre e8 senza metastasi questa e8 una cosa buona. All’inizio pensare che una persona possa vivere senza stomaco mette paura, ma ti assicuro che dopo un primo periodo un po’ difficile per l’adattamento dell’organismo alla nuova condizione si puf2 tornare a fare una vita abbastanza normale, con qualche precauzione. In questi nove anni da quando mi sono ammalata ho conosciuto molte persone e ho sentito diversi figli raccontare dei propri padri che dopo un po’ si erano ripresi ed andavano a fare lavoretti nell’orto come facevano prima. Certo molto dipende anche dalla forza d’animo e dalla volonte0 di reagire che puf2 aiutare molto. La vicinanza dei familiari, come dice Ele, e8 sicuramente necessaria e di conforto.Perf2 non bisogna buttarsi gif9 del tutto perche9 la vita puf2 continuare, ed e8 su quello che bisogna concentrarsi.In bocca al lupo e grazie per esserti unita al nostro gruppo.Rosie

    • Jacob dice:

      Ciao Erika,mi spiace molto per tuo padre!Io sono nella vtsroa stessa situazione, mia madre e8 stata operata 1 mese fa con rimozione completa dello stomaco a soli 45 anni.L’unico consiglio che posso darti e8 quello di stare il pif9 vicino possibile a tuo padre e tua madre.Ora come ora hanno bisogno del vostro supporto e di vedervi positive e convinte che una via di uscita c’e8 . subentreranno un sacco di pensieri e preoccupazioni ma non mollate MAI!Cercate di distrarlo il pif9 possibile, ci saranno giorni dove le preoccupazioni lo tormenteranno ma vedrete che se starete unite anche lui si sentire0 meglio e affrontere0 la lunga salita in maniera positiva Purtroppo il dolore che viviamo noi figli nel vedere un nostro genitore stare male e8 una cosa indescrivibile, qualcosa che cambiere0 per sempre le nostre vite ma allo stesso tempo ci fa capire quanto amore proviamo nei loro confronti e proprio questo grande amore ci aiutere0 ad andare avanti con la speranza che tutto si possa sistemare!!!Pregate in dio e non smettete mai di avere speranza, vedrete che le cose andranno benissimo!Un caloroso abbraccio e un inbocca al lupo al vostro pape0! Ele