Lampedusa: isola della speranza o della separazione?

foto Marta Bernardinidi Marta Bernardini

Raccontare di Lampedusa, delle storie che l’attraversano e delle persone che si incontrano fa parte dell’esperienza che vivo quotidianamente da quasi due anni.

Collaboro con il progetto Mediterranean Hope della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, iniziato nel maggio 2014 e, vivere in quest’isola, ha cambiato la prospettiva con cui guardo il mondo e gli eventi del mio tempo. Insomma, la mia esistenza.

Da questo scoglio nel cuore del Mediterraneo passa l’umanità intera, un’umanità che ti mette in discussione, un’umanità coraggiosa e determinata a raggiungere un futuro possibile. Al Molo Favaloro di Lampedusa, dove ci troviamo con altri volontari ad accogliere le persone che arrivano, incontri volti stanchi per i viaggi disumani che hanno dovuto affrontare, a volte persone traumatizzate per perdite o violenze subite; ma trovi anche una dignità che spesso non si vuole raccontare.

Chi in questo momento arriva in Italia può essere accolto perché considerato un rifugiato o respinto perché considerato un migrante economico. Si fugge da guerre, da povertà estrema, da dittature e mancanza di ogni diritto e libertà, si scappa da abusi e assenza di un futuro per la propria famiglia, per i propri figli, e l’Europa è la terra della speranza per molti. Ma il Vecchio Continente spesso diventa luogo di separazione, dove si decide chi può rimanere e chi se ne deve andare. E anche chi può rimanere non può decidere dove, non ha la certezza che possa raggiungere i propri cari o ricongiungersi con i familiari. Questa è l’Europa che oggi offriamo a chi bussa alle nostre porte, o meglio alle nostre barricate.

Nei giorni scorsi numerosi eritrei hanno protestato per le vie del paese. Hanno manifestato per il rispetto dei propri diritti, per la libertà che si è venuti a conquistare in questa parte ricca di mondo. Molti lampedusani e cittadini non si sono tirati indietro e sono stati presenti instancabilmente per offrire supporto e condividere la propria umanità. Collaborare con chi per vent’anni ha aperto la propria casa a ragazzi diventati figli e figlie, condividere esperienze quotidiane con chi si batte per i diritti di tutti, mi ha insegnato qualcosa che altrove non si comprende.

E nel frattempo, la Federazione delle chiese evangeliche in Italia insieme alla Comunità di Sant’Egidio ha appena avviato il progetto di Corridoi Umanitari, con l’autorizzazione del Governo italiano. Significa che nei prossimi mesi circa un migliaio di profughi, coloro considerati soggetti particolarmente vulnerabili, potranno raggiungere l’Italia dal Marocco e dal Libano in modo sicuro e legale per essere accolti e accompagnati in un percorso di inserimento nel nostro paese. Avranno dei visti per “ragioni umanitarie” come previsto dal Regolamento di Schengen. Stiamo quindi semplicemente applicando le leggi che già abbiamo, cercando di dare il segnale a tutta l’Europa che delle strade diverse sono percorribili.

A Lampedusa ho incontrato persone e storie degne di non essere dimenticate e ho condiviso questo viaggio con compagni e compagne instancabili grazie ai quali posso scegliere ogni giorno di stare dalla parte giusta.

Marta Bernardini collabora con il progetto Mediterranean Hope della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, sostenuto con i fondi Otto per mille delle chiese valdesi e metodiste.

Ha 28 anni, è laureata in Antropologia culturale presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, è membro attivo della comunità valdese e vive a Lampedusa da due anni.

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2 commenti su “Lampedusa: isola della speranza o della separazione?

  1. luigi crocco dice:

    no sono sociologo nè antropologo neppure un cristiano fedele ai dettami del vangelo sulle razze diverse se non commiserare quei poveri , disperati senza patria senza lavoro senza cultura ne’ igiene costretti dalle armi a fuggire in italia per rimanervi o trasferirsi in europa sul mito di essere accolti, ospitati, mantenuti e curati a guardare la televisione e telefonare col cellulare disprezzando il nostro cibo , vestiario, religione, usi e costumi. Cosi vedo nel futuro dopo essersi ripresi dal emergenza che rifiuteranno di inserirsi nel sociale anche per la nostra resistenza a non essere abituati a vederne così tnti in giro nei giardini o a chiedere l’ elemosina, spacciare droga ecc se non hanno avuto prima una qualche educazione o esperienza su come funziona la nostra società sul lavoro per cui dovremo creargli dei ghetti o isolarli in qualche modo per controllarli poiché avremo a che fare con gente che vogliono diritti e non ci rispetta sulla legge del dovere essendosi abituati sulla loro educazione e cultura ad usi e costumi diversi a parlare solo la loro lingua ovviamente non parlo dei 150.000 sbarcati e arrivati dove altri ne arriveranno ma di quelli che ancora non si conoscono cosa vogliono come vogliono organizzarsi e cosa vogliono fare in italia e/o in europa

  2. l’esperienza di marta bernardini insegna come viene vissuto il sentimento di umanità a lampedusa. va al di là dell’appartenenza religiosa e dei propri interessi personali. comunica a chi è contrario a questa vasta immigrazione cosa si proverebbe davanti alle facce stanche e impaurite di questa umanità così diversa da noi. la pietas dovrebbe prevalere anche negli italiani più riluttanti. se ognuno di noi si trovasse a lampedusa alla vista di tanta disperazione credo farebbe la sua parte in termini di aiuti nei confronti di coloro che sono meno fortunati di noi. io personalmente mi spoglierei di tutti i miei beni con la consapevolezza di aver fatto la cosa giusta. eppure si parla della sospensione del trattato di Schengen per disorganizzazione internazionale e per paura del terrorismo che viene dal mare. come non si sapesse che il terrorismo è in ogni dove e che spesso è occidentale. andrebbero in fumo i nostri ideali e ci chiederemmo cos’è questa europa.