Strage di Rana Plaza, la globalizzazione dell’erosione dei diritti

ranaplaza2La delocalizzazione, fatta in modo sconsiderato e col solo obiettivo di sfruttare la manodopera a basso costo, senza curarsi affatto dello sviluppo dei territori dove si impiantano le aziende, rappresenta un modo miope di fare impresa, privo di una visione di medio e lungo termine.

E’ anche un sistema fortemente ingiusto, sia per i lavoratori italiani che perdono il posto qui da noi, sia per quelli dei paesi stranieri che vedono i loro diritti calpestati. È una pratica che va avanti da anni a solo vantaggio delle grandi imprese e che a volte arriva a causare grandi danni.

Oggi ho incontrato a Montecitorio Shila Begum, sopravvissuta al crollo della fabbrica ‘Rana Plaza’ a Dacca, in Bangladesh il 24 aprile 2013, in cui sono morte 1.338 persone. La seconda più grande strage sul lavoro della storia, simbolo della globalizzazione dell’erosione dei diritti, invece che dei diritti. Come altri due mila lavoratori (per l’80% donne, tra cui molte minorenni) Shila è rimasta seriamente ferita ed è oggi parzialmente invalida. Suo fratello ha perso la vita nel crollo dell’enorme fabbrica a otto piani che produceva per tanti marchi, alcuni dei quali italiani. Un crollo preannunciato da crepe evidenti sui muri che non hanno fermato i caporali dall’obbligare i dipendenti a non smettere di lavorare.

A seguito di questa immane tragedia le Ong e gli attivisti, come quelli della Campagna Abiti Puliti (ramo italiano della Clean Clothes Campaign), sia in loco che a livello internazionale, hanno fatto pressione sulle multinazionali per fargli firmare due importanti accordi: il primo, l’Accordo sulla prevenzione degli incendi e la sicurezza degli edifici in Bangladesh, sottoscritto da 160 marchi di vestiario, che prevede il coinvolgimento dei sindacati, ispezioni indipendenti nei luoghi di lavoro e la responsabilità delle imprese committenti sui sistemi di sicurezza, e il secondo, il ‘Rana Plaza Arrangement’, per il risarcimento delle vittime, che dovrà raggiungere i 40 milioni di dollari, entrambi coordinati dall’ILO.

La Campagna Abiti Puliti chiede alle imprese italiane che agiscono in Bangladesh di operare secondo gli standard internazionali in materia di diritti del lavoro, di firmare l’accordo sulla sicurezza degli edifici e – per le aziende che erano al Rana Plaza – di contribuire al fondo per il risarcimento delle vittime. Alle istituzioni italiane si domanda di vincolare al rispetto dei diritti i contributi e le agevolazioni alle imprese operanti all’estero.

Sono proposte che condivido e che veicolerò alle Commissioni della Camera e ai Ministri competenti. E’ importante inoltre il coinvolgimento delle associazioni di categoria. La corsa al ribasso dei diritti del lavoro a livello globale deve finire. Sono convinta che se le nostre aziende esportassero anche diritti il loro guadagno sarebbe ancora più grande, perché ne beneficerebbe la loro immagine presso i consumatori.

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