Storie di bambini migranti per non dimenticare la strage del 3 ottobre

Il 3 ottobre ricordiamo la strage di Lampedusa, giunta al suo quarto anniversario. Ma è anche il secondo anniversario della Giornata nazionale in memoria delle vittime delle migrazioni, che questo Parlamento ha voluto dedicare alle persone che non ci sono più.

Alla Camera dei deputati la tragedia è stata commemorata con il reading musicale ‘Bambini. Storie di viaggio e di speranza’ a cura del giornalista Valerio Cataldi.

Nel mio intervento ho detto che a migrare non sono numeri ma persone, con un proprio percorso, un vissuto, una sensibilità.  

Ho invitato tutti a mettersi nei panni di chi non ha più nessuna certezza, di una madre che di fronte allo sfacelo totale deve decidere se rimanere o andarsene e portare dietro la propria famiglia. Credo, infatti, che fare questo esercizio cambierebbe l’atteggiamento di tanti verso chi scappa, e queste persone diventerebbero altro, anziché numeri.

Chi fugge non lo fa con leggerezza, non è una gita, non va a fare una scampagnata. Molti fuggono da regimi totalitari, come le 368 persone che il 3 ottobre del 2013 morirono a 500 metri dalla costa di Lampedusa. Dalla costa si vedeva la morte in diretta, le grida, la disperazione, le braccia alzate, la gente che andava a fondo davanti a questa nostra isola.

Ho aggiunto che ricordare quel naufragio ci impone anche una riflessione sull’oggi. Nel 2017 nel tentativo di attraversare il Mediterraneo sono morte 2.654 persone. Una cifra nota alla quale si devono aggiungere i dispersi, i naufragi che non abbiamo visto, di cui non si saprà mai niente, perché sguarnendo il mare di imbarcazioni si rischia di non vederle.

Sono diminuiti gli sbarchi. E’ un dato di fatto. Ma penso che dobbiamo farci qualche domanda sul perché le persone non arrivano più.

Allora mi chiedo: in Eritrea il regime di Afewerki ha cambiato attitudine, non costringe più intere generazioni ad andarsene via per non essere forzate a fare il servizio militare obbligatorio senza scadenza? E’ successo che in Somalia Al Shabab è stato sconfitto e quindi adesso c’è sicurezza e non c’è più bisogno di fuggire? E’ successo che in Nigeria Boko Haram si è ritirato, quindi i territori occupati sono stati liberati e non è più necessario scappare? E’ successo che in Siria dopo quasi sei anni di conflitto non si muore più, non c’è più la guerra civile, anzi si ritorna? E’ successo che finalmente in Africa, del Niger o nel Gambia, finalmente si è deciso di adottare una politica di ridistribuzione delle risorse capace di garantire un futuro? A me non risulta.

E dai rapporti delle Nazioni Unite emerge che in Libia oggi c’è oltre un milione di persone che hanno bisogno di aiuti umanitari. Tra questi ci sono 500.000 sfollati interni, quindi libici, ma poi ci sono anche 800.000 migranti. Inquietanti cronache giornalistiche parlano di un “imbuto libico”, di centri di detenzione, vere e proprie carceri dove vengono ammassate le persone. Una parte di questi centri è gestita dalle autorità, ma in gran parte sono governati dalle milizie.

Ecco perché non posso smettere di preoccuparmi e sarò sempre più preoccupata, fino a quando non sarà possibile fare in modo che ci siano in Libia delle condizioni di accoglienza accettabili per gli standard internazionali e fino a quando si capirà che trattenere le persone non è la soluzione al problema.

Il problema va affrontato alla radice, perché non basta trattenere le persone per risolvere la causa che è alla base della fuga. Sono due le questioni che bisogna affrontare. Serve un piano per lo sviluppo umano in Africa, che vuol dire accedere all’acqua potabile, alle cure, andare in una scuola degna di questo nome. E poi bisogna investire di più nei negoziati di pace nei conflitti che purtroppo ci sono in decine di Paesi africani. Senza affrontare questi temi non troveremo la soluzione alla migrazione.

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