‘Dodicidue’, il docufilm su Alice, per quattro anni vittima di bullismo


di Luca Pagliari

Due cuffie per tenere il mondo a debita distanza. Musica sparata nelle orecchie per non sentire le parole velenose che accompagnano ogni suo passo.

Meglio muoversi silenziosamente  costeggiando i muri come un gatto ed evitando così gli sguardi degli altri. Sguardi che ti spogliano, ti giudicano e ti perforano l’anima. Il pomeriggio niente struscio per il centro di Sassari, perché quegli sguardi li ritroveresti anche lì, lungo il corso, nella piazza principale, dove si formano gruppetti di adolescenti accampati accanto agli scooter. Meglio qualche uscita serale in totale solitudine. Solita musica cattiva in testa, cappuccio della felpa alzato e via andare. Passeggiate in solitaria perché quando si è soli nessuno vede, nessuno giudica, nessuno ferisce.

Per quattro anni la vita di Alice è andata avanti così. Dai 12 ai 16 anni per essere precisi. Quella che chiamano adolescenza, per Alice è stata un incubo vissuto in totale solitudine. Le parole e le occhiate maligne accompagnavano ogni suo passo lungo i corridoi della scuola, si insinuavano come bisce tra i banchi e così via. Quegli anni sono stati il suo personale angolo d’inferno mai condiviso. Il branco ha iniziato a perseguitarla quando faceva la prima media e non ha più smesso di farlo. Attacchi sessisti pesanti, allusioni, bugie disseminate ad arte nell’aria come polline, lasciando che di sussurro in sussurro il seme della menzogna germogliasse rigoglioso.

Non è mai esistito un motivo plausibile  che potesse in qualche modo far comprendere le origini di tanta cattiveria. Alice forse ha avuto una sola grande colpa, essere molto intelligente e tanto orgogliosa. Alice non è simpaticissima, non è una compagnona, non dispensa sorrisi con facilità, non ha mai accettato compromessi e neppure le regole del branco, ciò probabilmente è stato sufficiente per farne la giusta preda.

Le allusioni alle sue abitudini sessuali hanno rappresentato la principale arma utilizzata in questo gioco al massacro. Niente di più facile, benzina sul fuoco, e tutti che prendono per buone quelle dicerie comparse dal nulla, figlie di una cultura malefica e di una fantasia distorta. Impossibile difendersi, inimmaginabile giustificarsi per ciò che non si è mai commesso. Allora meglio girare alla larga nascondendosi dietro un muro di silenzio, di rabbia e soprattutto di dolore. Tanto dolore. Quello che ti porta a sfondare a calci la porta di vetro della sala da pranzo, ad offendere e mortificare costantemente una mamma premurosa che vorrebbe aiutarti ad ogni costo.

Poi il 12 febbraio 2016 accade che questa ragazza dagli occhi neri e profondi, dopo aver assistito ad un mio incontro sul bullismo al teatro di Sassari, decide per la prima volta nella sua vita di vuotare il sacco. È lunghissima la sua lettera, circostanzia tutto, inserisce nomi, dettagli e luoghi. Alice mi vomita addosso anni di dolore mai condiviso. Era riuscita perfettamente a nascondere questo lato oscuro della sua vita alla mamma, al papà e persino al neuropsichiatra che l’aveva in cura. Rimango scioccato da quella sorta di deposizione arrivatami attraverso messenger. Dopo qualche settimana di trattativa riesco a convincerla. Alice mi mette in contatto con Silvia, la mamma e per questa ragazza cambiano le cose in maniera radicale. Finalmente si sente alleggerita da un peso che si era fatto insostenibile. Non saprò mai per quale motivo Alice ha scelto me per uscire dalla sua gabbia di dolore, ma a volte le domande non portano a nulla.

Nasce, in collaborazione con la mamma, “Dodicidue”, un docufilm che racconta questa storia di dolore, silenzio e ritorno alla vita. Oggi Alice è una ragazza serena e soprattutto più leggera.

Alice che nascondeva il suo dolore dietro le cuffie affogandolo nella musica, oggi parla nei teatri a migliaia di ragazzi spiegandogli che la strada del silenzio è un vicolo cieco che porta alla disperazione. E i ragazzi l’ascoltano in religioso silenzio, perché a parlare è una di loro. Il docufilm si conclude con una poesia scritta da Alice nel periodo buio. Una sorta di manifesto che rappresenta il popolo dei vessati, dei deboli, di quelli presi a morsi dal branco fino allo sfinimento. Una poesia che è qualcosa di più di una semplice poesia. Quando vado nelle scuole la leggo sempre quella poesia ed è bellissimo farlo nel silenzio che essa automaticamente produce. Non esiste scuola che al termine della lettura non me ne chieda una copia. Ed è così che il dolore di Alice si trasforma in un grande insegnamento alla vita.

“Provaci tu”

Provaci tu a camminare nel cortile, folla aperta, per farti passare. E passi piano, affianco a tutti sentendo di te i pensieri più brutti. Quelli che sai son certamente falsi ma non conosci gli altri, ancora più rifatti.

Provaci tu a camminare. Con musica peggiore continuando a pensare. Testi ignoti sembra che ti parlino di cose già vissute, e gli altri che ti guardano. Sembri felice eppure bruci dentro, col sorriso enorme ma lo sguardo spento.

Provaci tu a scusarti. Mille nodi in gola e pieno di rimpianti. Varie scuse inutili mancate. Pensando in giro all’emozioni provate. Le prime sere spensierato per i parchi ora vedi gente, la sua pelle con i marchi.

Provaci tu a osservare una generazione finta orgogliosa per ascoltare una città morta priva di colore. E spesso vuoi un abbraccio, risentire quel calore.

Provaci tu a conoscere questa città vuota che non ti sa coinvolgere. Come fossi in un universo parallelo. E vedi tutto come da sotto un velo. Un velo lercio, sporcato dal dolore. Poi quando torni a casa ripensi al suo sapore.

Provaci tu a sognare un posto migliore dove poter andare disperdere pensieri, mollare paranoie. Dimenticare ciò che eri ed inizi ad avere voglie di buttarci tutto, fuggire più lontano dove sei un anonimo in cerca di una mano.

Provaci tu ad accettare di cambiare gente senza paura di provare emozioni tue prima morte poi sepolte. Spuntan’ nuove idee, ma che lasci incolte. Arriva l’occasione di migliorare tutto,
dimenticar te stesso, il tuo Io distrutto.

Provaci tu a cambiare modo di essere, modo di parlare. Senti dentro questo nodo che stringeva. Solo ora si dissolve, mentre prima ti mordeva.

Provaci tu solo ora a stare bene. A sentirti vivo con il sangue nelle vene. Circondato da smog ma odore anche di mare. Che quando vince il Demone ti ci lasci trasportare. Spiaggia di notte, lo sai, è ancor più bella. Come fossi in cielo, e li sembri una stella. A volte torni immerso in quella città vuota. Che riempi di colore con la tua vita nuova”.

Luca Pagliari, giornalista radiotelevisivo e autore, è nato a Senigallia il 21 settembre 1960 dove attualmente vive assieme alla moglie Francesca e la figlia Marta. Da anni si occupa di ambiente, tematiche giovanili, stili di vita, etica sportiva e prevenzione. E’ stato direttore dei programmi di RDS ed ha collaborato con le principali emittenti radiofoniche nazionali. Da oltre 20 anni realizza programmi per Raitre e Rai Educational. E’ autore di numerosi docufilm e di campagne nazionali di prevenzione legate a droga, sicurezza stradale e cyberbullismo. Ha già pubblicato Zona Cesarini. Il calcio la vita (ed. Bompiani 2006); Una scelta di vita (ed. Bevivino 2007); Mi chiamo Evaristo (ed. Bevivino 2008), Kristel – Il silenzio dopo la neve (ed. Historica 2013) Cara Marta – lettera a una figlia (ed.Historica 2015).

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