“Il sogno di diventare campionessa che la malattia non ha spezzato”

di Eva Ceccatelli

Sei giugno 1999 e 19 marzo 2017. Sono le date più importanti della mia vita.

Ho sempre amato lo sport, ogni tipo di attività sportiva. Sono cresciuta a casa di mia nonna, sui monti pisani, giocando a qualunque cosa venisse in mente a me e ai miei cugini. Quando andavo alla scuola elementare ho scoperto la pallavolo e me ne sono innamorata.

Ho iniziato con il minivolley, poi i primi campionati giovanili, gli allenamenti estivi con la squadra. Sognavo quello che ogni ragazzina immagina quando inizia a giocare, e ovviamente la massima aspirazione era gareggiare con la Nazionale.

A 16 anni giocavo in serie B. Ricordo ancora la gioia e l’emozione quando a 18 mi chiamarono per i provini con squadre di serie A: mi sembrava impossibile, invece era tutto vero.  “Sei proprio brava” mi dicevano. Così, con grande entusiasmo e piena di speranza, appena finito il liceo, a 19 anni, misi la firma del primo contratto in A2, a Bari. Quello che avevo sempre voluto, allenandomi ogni giorno con dedizione e fatica, si stava realizzando.

Dopo il primo campionato lontana da casa in serie A2, nella mia carriera sportiva si affacciava un altro traguardo per me fantastico: la squadra di Reggio Calabria, in A1, che mi permise non solo di vivere la massima serie da protagonista, ma anche di arrivare a giocare la semi-finale scudetto.

Sono ricordi bellissimi e incancellabili. Quella era la mia esistenza: allenamenti dietro allenamenti, sacrifici, rinunce. Ma nulla mi pesava. Campionati nazionali indoor, campionati nazionali di beach volley l’estate, interviste, autografi. La pallavolo era la passione più grande della mia vita.

Andò avanti così fino alla stagione 1999-2000. Poi una sorpresa, tutt’altro che bella.  Ad ottobre iniziai ad avere strani problemi di salute: facevo fatica ad allenarmi, accusavo gonfiore alle mani. , Inspiegabilmente non mi sentivo più in forma come ero sempre stata.

Iniziai controlli medici, esami, visite, ma avevano esito negativo. Così continuavo ad allenarmi senza dare troppo peso a queste sensazioni. La situazione, invece, ad un certo punto peggiorò drammaticamente: non riuscivo più nemmeno a toccare la palla per il dolore che avevo alle mani. Ed eccoci al 6 giugno del 1999, data della mia ultima partita da atleta, da alzatrice, per la precisione: un ruolo che era stato fino a quel momento il mio lavoro e la mia gioia.

Da allora la mia vita è cambiata. Nel 2000 è arrivata la diagnosi: sclerodermia, malattia rara autoimmune, seguita dalla frase “non si conoscono le cause, ad oggi non esiste una cura”. Sentirsi dire una cosa del genere è durissima, soprattutto a 25 anni, e soprattutto quando realizzi di non poter più fare tutto quello che hai sempre fatto, di non poter più inseguire i tuoi desideri,  la tua realizzazione. Capisci, in un attimo, che devi rassegnarti a buttare via tutto e cercare di ripartire da zero. La verità era che non avevo scelta. E così ho fatto. Ho lasciato la mia squadra e sono rientrata a Pisa per proseguire le cure. Non potevo più contare su quella che era stata la mia professione e ho realizzato allora che per il mio lavoro di atleta non esistevano “malattia”, “sostegno”, tutele di qualunque tipo.  Mi sono messa a cercare lavoro, per non pesare sulla mia famiglia ed ho iniziato ad allenare.

Ho iniziato a lavorare alla Scuola Sant’Anna di Pisa, ho continuato ad allenare squadre giovanili e un giorno, per caso, la vita ha deciso di restituirmi la mia carriera da atleta: ho conosciuto il sitting volley ed è stato di nuovo amore.

Grande merito ha avuto la mia società sportiva, il Dream Volley Pisa, che mi ha chiesto di seguire alcune ragazze del sitting, atlete della Nazionale.  Così mi sono rimessa a studiare, a vedere filmati di gioco per acquisire più competenze possibile di questa disciplina, ho iniziato ad allenarle e soprattutto ad assaporare la voglia di tornare a giocare.

Grazie alla società e alle mie compagne, ho trovato la forza di provare a mettere dei tutori che mi permettessero di giocare, perché proteggere le mie mani era ed è fondamentale. Così, i sogni abbandonati all’inizio della malattia sono riaffiorati, assolutamente inaspettati e pieni della stessa meravigliosa gioia di praticare sport.

Il 19 marzo del 2017 ho messo di nuovo la maglia da gioco, ho aspettato il fischio dell’arbitro, il saluto, il fischio d’inizio e tutte le emozioni perse anni prima sono tornate: l’adrenalina, la sfida, la voglia di vincere e come in un sogno mi sono ritrovata allenatrice/giocatrice. Poi, proprio come nelle favole, persino Campionessa d’Italia con la Dream Volley Pisa e convocata in Nazionale.

Dovessi sintetizzare la mia storia direi così: ero un’atleta, ho avuto una pausa forzata, ma grazie al mio rimanere attaccata alla mia passione, il volley, sono tornata ad essere un’atleta. Con qualche difficoltà in più e qualche anno in più, certo, ma pur sempre un’atleta, testarda e appassionata com’ero. E se devo riconoscermi un merito è quello di non aver mai smesso di credere nella gioia e nel potere dello sport.

Perché è vero che la vita ci mette davanti a prove difficili ma se smettiamo di sognare abbiamo perso prima ancora di giocare la partita successiva.

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