“Aung San Suu Kyi in Italia, fatto storico”

D.L._LUX

di Cecilia Brighi

L’arrivo in Italia della leader dell’opposizione birmana Aung San Suu Kyi è un fatto storico. È una grande emozione per tutti coloro che per anni non hanno smesso di chiedere la sua liberazione e l’avvio di un processo di democratizzazione del suo paese, per decenni sottoposto ad una lunga e durissima dittatura militare.

Aung San Suu Kyi ha sempre affermato che la sua vita è stata frutto di scelte e non di sacrificio. Scelte difficili che rappresentano nel mondo il coraggio e la determinazione per l’affermazione della libertà, per il rispetto dei diritti umani fondamentali, per lo stato di diritto. Una donna simbolo non solo per milioni di donne e uomini birmani ma anche per tutti coloro che hanno saputo lottare con fierezza e con dignità contro le violenze delle dittature e degli autoritarismi, pagando prezzi altissimi sul piano personale e degli affetti. Oggi grazie alle pressioni delle istituzioni internazionali, dei governi, tra cui l’Italia, abbiamo l’onore di abbracciare una così grande donna.

La sua visita non può essere solo un’occasione istituzionale. Deve poter costruire un ponte tra quanto fatto in passato e gli impegni verso il futuro. Un ponte di sostegno e solidarietà che deve continuare per permettere alla fase di transizione verso una piena democrazia di irrobustirsi e di impedire il ritorno indietro agli anni bui della repressione.

Le istituzioni italiane dovranno continuare a fare la loro parte, sostenendo il processo di cambiamento, la riforma della costituzione del paese, alle forze politiche e, soprattutto alla partecipazione delle donne perché possano svolgere appieno il loro ruolo di rappresentanza dei bisogni del proprio popolo. Il Parlamento italiano e le associazioni della società civile impegnate in questo paese dovranno continuare a seguire con attenzione questa fase. Il processo di cambiamento sarà sicuramente complesso, pieno di incognite e rischi, e solo mantenendo accesa l’attenzione collettiva e con azioni di cooperazione mirati che si potrà contribuire ad evitare il ritorno indietro.

L’Italia può contribuire all’attuazione di questioni centrali come la governance, lo stato di diritto, il rispetto dei diritti umani fondamentali, la giustizia sociale e i diritti fondamentali del lavoro, a partire dalla piena libertà di associazione sindacale.

L’intero paese subisce ancora il peso politico e legislativo, nonché la “cultura”  di oltre mezzo secolo di dittatura e tutt’ora, soprattutto in alcuni Stati dove forte è la presenza di determinate etnie minoritarie, si registra un aumento della povertà, della corruzione e della esclusione sociale. Milioni sono i giovani e le giovani disoccupate, centinaia di migliaia sono ancora  gli sfollati all’interno del Myanmar e i rifugiati negli altri paesi che hanno ancora paura a rientrare e che vedono il loro futuro incerto, soprattutto per l’assenza di stabilità e di lavoro dignitoso. Al contempo, molti sono i cambiamenti positivi che si sono realizzati dopo le elezioni politiche suppletive che hanno visto la vittoria di Aung San Suu Kyi. Sono stati liberati quasi tutti i prigionieri politici e sono state approvate alcune importanti leggi sulla libertà di organizzazione e di associazione. La tanto agognata  libertà di stampa sta facendo i suoi primi importanti passi.

L’Italia dovrà sostenere il paese nel difficile e complesso processo di pacificazione che ha impegnato il Presidente Thein Sein. Bisogna innanzitutto ricreare la fiducia reciproca e costruire un dialogo politico per il futuro che garantisca l’autonomia degli Stati cosiddetti ‘etnici’ e sostenga la ripresa economica e l’inclusione sociale, soprattutto a partire dalle donne, che sono vittime tutt’oggi a forti diseguaglianze. Molte sono le discriminazioni nei loro confronti, sia per quanto concerne l’istruzione che per quanto riguarda la salute e il mercato del lavoro. Anche l’eredità dei lunghi anni di dittatura militare, che ha negato l’applicazione dei diritti di genere, ha tutt’oggi un grande impatto sociale.

Per decenni le donne sono state escluse dai processi decisionali, sia a livello locale che nazionale, nonostante il paese avesse ratificato la Convenzione Onu sulla eliminazione di tutte le discriminazioni contro le donne. Durante tutto il lungo regime militare le donne sono state le prime vittime della violenza, in particolare della violenza sessuale. In particolare, sulle donne grava fortemente l’assenza d’investimenti nei servizi di base come la salute e l’istruzione, mentre la povertà estrema, soprattutto nelle zone cosiddette ‘etniche’, ha come conseguenza la vulnerabilità maggiore delle donne e delle ragazze, spesso vittime del traffico e dello sfruttamento sessuale. Per questo è positiva la costituzione da parte del governo di una Task Force nazionale sul trafficking di donne e minori, che deve essere accompagnata da programmi che permettano l’empowerment delle donne, nella politica, nel lavoro, nella famiglia.

Il recente impegno del governo per la pacificazione va sostenuto soprattutto per evitare che le recenti pesanti tensioni religiose possano inficiare la fase di cambiamento verso la democrazia. Un grande contributo in questo senso deriva anche dal dialogo interreligioso in atto, che necessita di un robusto progetto culturale e di informazione sui valori della convivenza tra le religioni e contemporaneamente di un impegno delle istituzioni affinché vengano perseguiti i responsabili di atti che possono esser letti – così come affermato anche dal Presidente Thein Sein – come provocazioni esterne che possono mettere a rischio il percorso verso la democrazia.

Il Myanmar è un paese geograficamente molto lontano, ma estremamente importante per storia, cultura e risorse naturali. L’Italia deve dare il suo contributo perché le aperture economiche e commerciali, sancite dalla cancellazione delle sanzioni da parte della UE, avvengano sulla base del pieno rispetto delle norme internazionali del lavoro sancite dall’ILO e degli strumenti internazionali più autorevoli, ovvero le Linee Guida OCSE sulle Multinazionali e i Principi ONU su Business e Diritti Umani. Per questo sarà fondamentale un lavoro sinergico delle istituzioni italiane con le parti sociali e la società civile italiana e birmana per costruire una crescita economica che non infici i già precari livelli di tutela ambientale e che, al contrario, promuova lavoro dignitoso, inclusione sociale e crescita economica partecipata.

La Birmania, ancora oggi, ha bisogno del nostro sostegno intelligente e la visita del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi è una buona occasione per definire rinnovati impegni e azioni comuni per il bene della pace e della democrazia, che riguarda anche noi da vicino.

 

Cecilia Brighi, autrice de ‘Il Pavone e i Generali. Birmania, storie da un paese in gabbia‘ (2006, Dalai), è attualmente segretaria generale di Italia-Birmania.insieme, associazione di organizzazioni e enti impegnate a sostenere il cambiamento in Birmania. In precedenza è stata dirigente sindacale della Cisl, componente del Dipartimento Politiche internazionali e Responsabile rapporti con istituzioni internazionali e paesi asiatici.
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