Web strumento di libertà, ma occorre maggiore consapevolezza

w_internet-privacyMentre Facebook festeggia il miliardo di ‘amici’, ciascuno di noi ha bisogno di sapere che fine facciano le tracce che lasciamo sul web.

Testo dell’intervento alla presentazione della Relazione 2012 del Garante per la protezione dei dati personali

“L’occasione della presentazione della Relazione annuale sull’attività del Garante per la protezione dei dati personali mi è particolarmente gradita per confermare anche in questa nuova legislatura la tradizione di proficua collaborazione tra la Camera dei Deputati e l’Autorità stessa. Il tema della protezione dei dati personali è diventato uno degli argomenti cruciali dell’epoca moderna.

Non mi riferisco soltanto all’accesa discussione in corso proprio in questi giorni negli Stati Uniti sui limiti da porre all’acquisizione di informazioni finalizzate alla tutela della sicurezza nazionale.

Mi riferisco al fatto che l’atto di concedere o meno l’autorizzazione all’uso dei propri dati personali è ormai entrato tra le attività quotidiane di ognuno di noi.

Tutto questo ha richiesto un certo lavoro, di studio e di ricerca, di elaborazione culturale, di iniziativa legislativa che ha visto impegnato il Parlamento italiano insieme al mondo della cultura, alle Università, agli studiosi del Diritto.

Questo lavoro, soprattutto per le sue ricadute legislative, ha avuto la possibilità di fondarsi su una Carta Costituzionale che, benché redatta in tutt’altra epoca, prevede in modo anche in questo caso lungimirante la tutela della riservatezza del domicilio e della corrispondenza.

Fin dagli anni ’70 s’impose il tema del trattamento dei dati personali da parte delle grandi centrali di potere pubblico e privato. Si delineò allora il diritto di proteggere i propri dati personali, negandone l’uso a chi aveva interessi economici e di potere.

Oggi questo tema è ancora più attuale. Nel momento in cui Facebook festeggia il miliardo di “amici”, ciascuno di noi ha bisogno di sapere che fine facciano e come vengano conservate le tracce che lasciamo sul web, nell’uso delle carte di credito, passando davanti alle telecamere di sicurezza disseminate lungo le strade delle nostre città.

Chi raccoglie dati su persone ignare di quella raccolta gode di una rendita informativa e di un potere che limita la libertà dei più deboli.

Ma, grazie alla legislazione italiana dell’ultimo scorcio del XX secolo, non siamo più disarmati dinanzi alle banche-dati di grandi burocrazie pubbliche, ai file delle imprese commerciali e alle schedature di qualche personaggio disinvolto.

Questa protezione è ulteriormente rafforzata dalla Carta di Nizza del 2000 – la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – che anch’essa riconosce il diritto alla vita privata e famigliare e alla protezione dei dati personali.

E’ in questa chiave che si colloca l’istituzione del Garante dei dati personali, che ha grandemente contribuito a sensibilizzare amministrazioni pubbliche e operatori privati sull’importanza di lasciare la scelta e il consenso sul trattamento dei dati alla persona interessata.

Sappiamo bene, però, che il diritto alla riservatezza va contemperato con altri diritti egualmente rilevanti, come il diritto-dovere di cronaca esercitato da chi svolge attività informativa. E’ utile ricordarlo, anche per evitare il riproporsi delle tensioni e delle polemiche che, negli anni scorsi, hanno segnato il dibattito politico. La tutela della privacy e la protezione dei dati personali non possono mai essere adoperati pretestuosamente per mettere ostacoli all’informazione, cioè per negare ai cittadini il diritto di ricevere notizie; né possono essere addotti dalla pubblica amministrazione come ragione per evitare di fornire i dati che la trasparenza impone di rendere accessibili.

Riconoscere i diritti dell’informazione, del giornalismo, non significa naturalmente che in nome della cronaca possa essere travolta ogni sfera personale. Spetta alla responsabilità degli operatori dell’informazione la distinzione tra ciò che è notizia (cioè fatto di rilevanza pubblica) e ciò che è vicenda privata, o persino pettegolezzo. Ma è bene anche ribadire (e lo dico ora che sono investita di una responsabilità istituzionale) che chi svolge attività pubblica non può rivendicare lo stesso diritto alla riservatezza che vale per i cittadini comuni.

D.L._LUXMolti di noi che sono qui sanno di avere quella che i giuristi chiamano una “tutela attenuata”. E’ giusto che sia così. Abbiamo comunque modo di difenderci, di far valere i nostri diritti.

Per Carolina invece non è stato possibile. Carolina è la ragazza di Novara che, pochi mesi fa, ha deciso di farla finita dopo che alcuni suoi coetanei che avevano abusato di lei avevano postato su facebook due video che la ritraevano ubriaca. 2.600 commenti in 24 ore (possiamo immaginarne la sguaiata aggressività) e lei, schiacciata da un peso insostenibile, decide di saltare giù dalla finestra di casa. Sappiamo che un tale drammatico avvenimento, purtroppo non isolato, è principalmente legato ad un problema culturale e relazionale che chiama in causa noi genitori, le famiglie, la scuola. Credo però che – quando parliamo della riservatezza da garantire sempre meglio – si debba oggi pensare in primo luogo ai soggetti più esposti come i ragazzi alle prese con il web. La rete ha straordinarie potenzialità di emancipazione, di libertà, di crescita culturale. Ma richiede una nuova consapevolezza, anche sui temi della privacy”.

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