Rifugiati, serve sistema di asilo europeo

1-Giornata-Mondiale-del-Rifugiato“La mia casa? Volete sapere cosa ne è rimasto? Un mazzo di chiavi, il resto sono macerie” mi disse Layla, rifugiata siriana nel campo di Zaatari, nel 2012.

La fuga non distrugge solo la quotidianità. La violenza che costringe a scappare distrugge le famiglie, separando i bambini dai genitori, i fratelli dalle sorelle, le mogli dai mariti. Ogni quattro secondi – anche ora, mentre parliamo – una persona è costretta a fuggire, abbandonando la propria casa, raccogliendo quelle poche cose che può portare con sé. Scelte che cambiano la vita per sempre, ma che si è costretti a fare in pochi minuti. Penso, ad esempio, a quanti negli ultimi due anni sono scappati dalla Siria martoriata da una guerra fratricida le cui prime vittime sono i civili inermi.

La fuga non distrugge solo la quotidianità. La violenza che costringe a scappare distrugge le famiglie, separando i bambini dai genitori, i fratelli dalle sorelle, le mogli dai mariti. E le famiglie separate sono più fragili, più vulnerabili. Le madri sole, che spesso trovano rifugio in contesti dove le donne faticano a raggiungere una piena indipendenza, combattono una duplice battaglia: per la sopravvivenza e contro i pregiudizi. I bambini senza genitori crescono troppo in fretta, divenendo adulti nell’istante in cui hanno visto morire il padre e la madre o si sono trovati su un altro pick-up, un’altra barca, in mezzo ad un altro gruppo di persone in fuga. E li hanno persi di vista.

E sbaglieremmo se pensassimo che le difficoltà cessino una volta raggiunta la salvezza. Per chi lascia tutto e trova protezione in un altro Paese, la separazione dai propri cari è un’esperienza estremamente dolorosa. Lo è non solo se si vive in un immenso campo profughi in un Paese vicino a quello di origine – penso a Zaatari, il campo dove ho incontrato Layla, divenuto, per numero di abitanti, una delle maggiori città della Giordania, o a Dadaab, in Kenya, dove i rifugiati somali sono mezzo milione, quindi la terza città keniota. Ma è molto difficile anche per chi riesce a raggiungere i Paesi occidentali. I quali – è bene ricordarlo – ospitano appena il venti percento dei rifugiati a livello globale.

In Europa ed in Italia la legislazione prevede che i rifugiati possano farsi raggiungere dai propri familiari con meno difficoltà rispetto ai migranti economici. Eppure queste norme non sempre vengono applicate o la loro interpretazione non è uniforme sul territorio nazionale e nelle sedi diplomatiche all’estero. La stessa definizione di ‘familiari’ prevista dal legislatore, limitata ai figli minorenni o ai genitori a carico, non permette ad una sorella di raggiungere il fratello rifugiato nel nostro Paese. A tali difficoltà si aggiunge la necessità, per il rifugiato, di far fronte alle spese, spesso ingenti, per il ricongiungimento. Così molti, che potrebbero giungere regolarmente decidono invece di farlo con mezzi di fortuna, affidandosi ai trafficante e mettendo a rischio la propria vita.

E, infine, anche per i rifugiati che riescono a farsi raggiungere dalla famiglia, la vita in Italia è spesso difficile. L’Italia, che è ormai divenuta il sesto Paese europeo per numero di rifugiati accolti, deve dare prospettive reali di integrazione e di inclusione sociale. Nelle nostre città – ed in questa città, in particolare – da troppo tempo si moltiplicano gli insediamenti informali dove uomini, donne e bambini a cui lo Stato italiano ha deciso di dare protezione vivono in condizioni di grave degrado. La crisi economica non può essere invocata per negare standard di accoglienza dignitosi a chi fugge da violenze e persecuzioni.

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A questo proposito, sono da accogliere positivamente le parole che il Ministro dell’Interno Alfano ha pronunciato proprio ieri alla Camera dei deputati, quando ha annunciato che intende ampliare – raggiungendo quota 8mila – il numero di posti disponibili per i rifugiati ed i richiedenti asilo nel sistema SPRAR.

Oltre a questa misura, pur fondamentale, ritengo sia importante che il Parlamento discuta al più presto l’importante progetto di riforma del sistema comune d’asilo approvato pochi giorni fa dal Parlamento europeo, un progetto che recepisce – almeno in parte – le richieste avanzate da tante associazioni ed organizzazioni internazionali negli ultimi anni, ad esempio per quanto riguarda la detenzione dei richiedenti asilo, che non potrà più avvenire – come succede in alcuni Paesi, ma non in Italia – in maniera sistematica. Oppure per quanto concerne la necessità di formare adeguatamente i funzionari preposti alla valutazione delle domande d’asilo. Mi auguro dunque che, anche grazie al contributo dell’Italia, si giunga finalmente ad un sistema d’asilo europeo che garantisca standard alti ed uniformi in tutti i Paesi membri dell’UE.

Sono all’esame del Senato – e giungeranno poi alla Camera dei deputati – anche due importanti provvedimenti che potranno contribuire al miglioramento del sistema d’asilo italiano. Si tratta della Legge di Delegazione europea, che recepisce una serie di Direttive europee, nuove o riformulate, tra cui alcune che riguardano i rifugiati. La discussione e l’approvazione di tale Legge potrebbero permettere di rafforzare il sistema dell’accoglienza per i rifugiati, prevedendo, ad esempio, che quelli privi di mezzi di sussistenza abbiano accesso in maniera più sistematica all’accoglienza ed ai progetti d’integrazione.

w_giornata-mondiale-rifugiato-1All’esame del Senato è anche la Legge europea, che modifica alcune disposizioni normative in risposta a richieste di informazioni inoltrate dalla Commissione europea o a seguito di procedure d’infrazione avviate dalla Commissione – una delle quali riguarda l’attuazione delle Direttive europee in materia di asilo. L’Europa, dunque, non agisce solo contro gli Stati che non rispettano i parametri di bilancio.

Credo, però, che l’Europa – e per ‘Europa’ intendo noi tutti, cittadini e Stati membri, non solo le istituzioni europee, troppo spesso additate come capro espiatorio – possa e debba fare di più, facendo sentire la propria voce per contrastare la xenofobia crescente in tutto il continente e le forze politiche che la fomentano e la utilizzano a scopi elettorali. Spero che l’Italia – ad esempio durante il semestre di Presidenza del Consiglio dell’Unione europea, nel 2014 – porti avanti la battaglia per un’Europa dei diritti e per un’Europa sociale, perché non può esserci solo l’Europa dello spread.

Quelli dell’asilo e dell’immigrazione sono temi che, troppo spesso, entrano a far parte del dibattito politico in maniera ideologica, generando aspre contrapposizioni. Sono temi, invece, che andrebbero affrontati in maniera più serena e pragmatica da tutti gli attori politici. Ci sono già segnali incoraggianti in tal senso: il governo – su impulso della Ministra Kyenge – intende semplificare le attuali procedure di acquisizione della cittadinanza per i bambini stranieri nati in Italia. E sono state depositate, in entrambi i rami del Parlamento, diverse proposte di riforma della normativa sull’acquisizione della cittadinanza italiana. Un intergruppo parlamentare bipartisan sta lavorando in maniera proficua per giungere ad un accordo, un accordo che dovrebbe riconoscere anche in Italia il principio dello jus soli, del diritto, per chi nasce in un Paese, di divenirne cittadino.

Nel mio nuovo ruolo, spero di contribuire a creare le condizioni per rendere più sereno il dibattito su questi temi. E questo dopo anni difficili. Durante i quali in troppi hanno gettato benzina sul fuoco su temi così cruciali. Dopo anni in cui anche il linguaggio è stato utilizzato in modo fuorviante, per cui è diventato un automatismo classificare tutti i migranti come ‘clandestini’. Poco importava che si trattasse di un richiedente asilo, di una persona addirittura nata nel nostro Paese o di una persona senza permesso di soggiorno.

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Tutto ciò è avvenuto perché non si è fatto abbastanza per spiegare all’opinione pubblica chi sono i rifugiati e perché intere famiglie decidano di fuggire, rischiando la vita per raggiungere la salvezza. Non si è spiegato che, qui in Europa, giunge solo una piccola parte delle persone in fuga da guerre, violenze e persecuzioni. Non si è spiegato che abbiamo un dovere – morale e giuridico – di accogliere chi fugge, ma anche di aiutare quei Paesi che, con molti meno mezzi e molte meno risorse di noi, offrono rifugio a milioni di persone scappate dal proprio Paese.

E forse guardare altrove può aiutarci ad individuare, nella generosità dimostrata da Paesi come la piccola Giordania – non solo oggi, con la crisi siriana, ma da decenni – un esempio da seguire. Pensare ai rifugiati, di cui celebriamo oggi il coraggio e la forza, può aiutarci anche a comprendere come si possa reagire alle difficoltà, come quelle famiglie spezzate e distrutte possano ricominciare a sperare.

link all’evento

http://www.youtube.com/watch?v=0ZwEgLR8jt4

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