Il Termometro della corruzione che misura quanto è malata l’Italia

di Federico Anghelé

Capita quando ci si occupa professionalmente di corruzione: avere un’irrefrenabile voglia di misurare economicamente il fenomeno.

Impresa forse titanica, perché la natura sommersa e illegale della corruzione rende fragili e limitati tutti i metodi di misurazione elaborati finora.

Anche noi di Riparte il futuro – associazione che da oltre 4 anni si batte contro l’illegalità – non siamo sfuggiti alla tentazione salvo poi renderci conto che anche qualora fossimo arrivati a quantificare il costo annuale della corruzione in Italia, non avremmo certo risolto automaticamente il problema. Per questo ci siamo alla fine convinti che fosse prioritario individuare i fattori che determinano l’insorgere e il proliferare del fenomeno corruttivo.

Il Termometro della Corruzione, la cui prima edizione è stata presentata alla Camera, tenta di misurare la febbre della corruzione individuando proprio alcuni indicatori o proxy potenzialmente collegati all’insorgere e al proliferare della corruzione, perché solo comprendendo qual è il terreno di coltura della corruzione è possibile elaborare una valida strategia per combatterla.

Abbiamo quindi individuato quegli ambiti nei quali la correlazione tra corruzione percepita e indicatori sullo sviluppo economico, sulle performance della pubblica amministrazione e sul funzionamento della giustizia fossero particolarmente elevati.

Avvalendoci del CPI (Corruption Perception Index) – che confronta la percezione della corruzione in tutti i Paesi del mondo –  abbiamo ad esempio rilevato una forte correlazione tra corruzione ed eccessi burocratici, che rendono ostico aprire una nuova attività commerciale o incomprensibili le regole e le richieste della pubblica amministrazione per chi ha un’impresa. Ma anche i deficit del nostro sistema giudiziario potrebbero facilitare l’insorgere del malaffare: l’Italia, infatti, è uno dei Paesi d’Europa in cui è più difficile risolvere le controversie legali delle imprese e opporsi efficacemente alle decisioni delle amministrazioni pubbliche.

Dai dati rilevati, emerge una situazione problematica su tutto il territorio nazionale: sono soltanto tre le regioni che vantano un tasso di corruzione inferiore alla media europea, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia. Il Meridione, invece, è in fondo alla classifica europea, con la Campania che fa peggio di Calabria e Molise. A livello regionale, ad alti indici di corruzione corrispondono elevati tassi di disoccupazione e una maggiore sfiducia nelle istituzioni.

Anche il PIL procapite è nettamente inferiore, il che significa che a causa dell’illegalità, i cittadini hanno meno soldi in tasca e minori possibilità di trovare un lavoro. Tutto ciò dimostra che la corruzione ha costi diretti e drammatici sulla vita di tutti i giorni, per qualsiasi cittadino, soprattutto i più giovani, che a causa del malaffare si vedono privati della possibilità di realizzarsi nel loro Paese.

Il Termometro, però, non vuole essere soltanto l’ennesima disamina dei mali che affliggono l’Italia, ma cerca anche di essere una voce di speranza. Riparte il futuro ha cercato di indicare ai decisori pubblici quali direzioni prendere per alleviare il peso della corruzione: una maggiore digitalizzazione, non solo della pubblica amministrazione, ma anche degli stessi cittadini, aiuterebbe a ridurre il peso dell’illegalità.

E così, una piena trasparenza delle istituzioni, potrebbe arginare l’opacità che prospera nell’assenza di una regolamentazione del lobbying. Ma la ricetta principale va somministrata ai cittadini italiani: la corruzione potrà essere debellata solo se essi si attiveranno, pretendendo trasparenza e avvalendosi di tutti quegli strumenti che già oggi permettono di monitorare l’operato della pubblica amministrazione.

Federico Anghelé, campaigner di Riparte il futuro

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