Università, la battaglia vinta a Foggia contro marginalità e sotto-finanziamento

giuliano volpe

di Giuliano Volpe

In questi anni, ho dovuto difendere l’università di Foggia da chi ritiene, a torto, che gli atenei sarebbero troppi e che alcuni, ovviamente al Sud, andrebbero chiusi.

Questa presunta necessità è un progetto per il quale da anni si battono precisi centri di potere accademico, politico e mediatico, soprattutto del Nord. Qualcuno è arrivato a chiedere, assurdamente, perfino la chiusura di grandi importanti università storiche, come Bari e Messina.

Diciamolo senza giri di parole: una vera stupidaggine! È falso che le nostre università siano troppe.

L’Italia ha meno università per milione di abitanti rispetto a Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi, Germania, Francia, Stati Uniti. Ed ha anche altri primati negativi: il più basso numero di ricercatori per 1000 abitanti, minori indici di investimento di ricerca e innovazione, il più basso numero di laureati.

Le politiche di questi ultimi anni, insieme agli effetti della crisi economica, stanno riducendo il numero degli iscritti all’università e dei laureati, ancora oggi posizionati intorno ad un misero 20% (ben lontano dall’obiettivo assunto con la Commissione Europea di portare al 40% il numero dei laureati rispetto alla popolazione di età compresa tra 30 i 34 anni entro il 2020), espellendo in particolare masse di studenti appartenenti a famiglie disagiate, e tentando di condannare soprattutto le università meridionali a condizioni di sotto-finanziamento e di marginalità.

Non si è ancora compreso che non è salvando alcune università che sarà possibile raggiungere risultati rilevanti, ma facendo crescere la qualità dell’intero sistema universitario.

Le università italiane hanno rischiato di commettere lo stesso grave errore di certa classe politica italiana, che ha pensato di salvare il Nord abbandonando il Sud, privandolo di risorse, ritenendo che così il Nord si sarebbe sviluppato autonomamente e avrebbe raggiunto gli standard dei paesi nord-europei, per poi rendersi amaramente conto che la crisi ha colpito tutti, anche le regioni settentrionali, che pensavano di poterne essere risparmiate.

Come al sistema Paese serve un Sud sviluppato, economicamente produttivo, dotato di infrastrutture e capace di valorizzare la sue tante risorse, così al sistema universitario italiano servono università meridionali vitali, capaci di mettere a frutto tutte le capacità di formazione e ricerca, di valorizzare i giovani meridionali e di attrarre anche studenti e docenti da tutto il mondo, di stimolare lo sviluppo del tessuto imprenditoriale e di costituire presidi di legalità e di qualità nel Mezzogiorno.

Ecco perché è necessario proseguire la battaglia per la difesa e la crescita delle università meridionali, soprattutto per salvaguardare i diritti di quegli studenti che altrimenti sarebbero espulsi dalla possibilità di accedere alla formazione superiore e contrastare il disegno in atto di un ritorno ad una università d’élite, sostanzialmente classista. Oggi anche per una famiglia del ceto medio è diventato quasi impossibile garantire gli studi universitari ai propri figli.

Prevedere forme di aiuto per i cosiddetti ‘figli della crisi’, studenti appartenenti a famiglie in difficoltà con genitori esodati, licenziati, in mobilità o in cassa integrazione è doveroso per garantire a tutti il diritto allo studio universitario, nel rispetto della nostra bella Costituzione, troppo spesso disattesa.

La provincia di Foggia, prima della nascita dell’università, aveva la percentuale più bassa rispetto a tutte le province italiane nel rapporto laureati-popolazione lavorativa. Oggi abbiamo riequilibrato il rapporto almeno nella fascia dei giovani tra i 18 e i 25 anni e siamo rientrati nella media italiana. Due dati emblematici relativi alla provenienza sociale dei nostri laureati, oltre 12.000, in netta prevalenza ragazze: il 34% appartiene alla classe operaia, rispetto al 24,2% della media italiana; l’84% dei nostri laureati proviene da famiglie in cui entrambi i genitori non sono laureati. Si tratta o no di una vera rivoluzione sociale, oltre che culturale ed economica?

Sono convinto che l’unica vera ricetta per sconfiggere la crisi e per rinnovare il Paese e il Sud consista nella formazione dei giovani, dotarli di solide competenze culturali e professionali, con orizzonti aperti al mondo intero. Ci sarebbe bisogno di porre un argine allo tsunami demografico in atto, che porterà il Sud, secondo la Svimez. «a perdere circa due milioni e mezzo di giovani, per calo della natalità o perché costretti a emigrare al Nord non per scelta o preferenza, ma per necessità». Il Sud da terra di giovani e di intelligenze rischia di trasformarsi in un ‘ospizio virtuale’, con un numero di ultraottantenni di gran lunga superiore a quello del Nord.

Ma per dare sostanza a questa scelta bisognerebbe investire massicciamente in formazione, ricerca, innovazione, e bisognerebbe, soprattutto, garantire peso e spazio reali ai giovani, attraendoli anche da altre regioni e da altri paesi, bisognerebbe considerare la conoscenza (non le ‘conoscenze’) quale diritto irrinunciabile. Le scelte del nostro Paese, invece, sembrano ancora oggi andare pericolosamente in direzioni opposte, al di là della retorica d’occasione e delle promesse elettorali.

 

Giuliano Volpe è archeologo, rettore dell’università di Foggia, presidente della Società degli Archeologi medievalisti italiani, componente del Consiglio superiore per i Beni culturali e paesaggistici.

Share Button

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicatoI campi richiesti sono marcati da *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*

2 commenti su “Università, la battaglia vinta a Foggia contro marginalità e sotto-finanziamento

  1. Mario dice:

    Ci siamo mai chiesti perché la crisi ha colpito tutte le regioni italiane, dalle più alle meno sviluppate? Perché siamo (purtroppo) uno Stato centralizzato. Fossimo diventati uno Stato federale, cosa ovvia da fare visto il nostro passato pre-unitario, le regioni ben messe e ben governate non avrebbero risentito della crisi. Anche in Germania (semi-federalista), le regioni “meno sviluppate”, eufemisticamente tra virgolette perchè in realtà tutte gli Stati/Regioni tedeschi sono sviluppati, hanno risentito; ma quelle più sviluppate no. Se fossiamo Stati federali le regioni ben messe come Lombardia, Veneto, Toscana, Marche non avrebbero risentito della crisi, mentre regioni “non ben messe” (sempre eufemisticamente tra virgolette) come Sicilia, Calabria, Piemonte, Basilicata avrebbero subito la crisi. Invece ci sono andati di mezzo tutti, nessuno escluso.
    Sicuramente i centralisti mi diranno che sono un populista, un secessionista, un demagogo, un ignorante. Ma la verità, é che dico semplicemente la verità. (Gioco di parole non casuale).
    – Firmato: un meridionale onesto intellettualmente

    P.S So che non é l’argomento del topic ma era una mia riflessione

  2. Mariana dice:

    Sono riusciti a ridurre anche l’istruzione in merce: le università meridionali chiudono, gli studenti vanno a studiare al nord, magari presso atenei privati…E chi non ha i soldi necessari sta a casa! Quando cominceremo ad applicare la Costituzione, che tra tanti diritti riconosce anche quello allo studio? Mi chiedo a cosa siano servite le barricate del ’68…