Violenza in rete, il gap della sicurezza digitale

OLYMPUS DIGITAL CAMERAdi Soraya Chemaly su Huffingtonpost.com

“Uomini che odiano le donne” era il titolo in lingua originale di ‘The Girl with The Dragon Tattoo.

Il titolo è stato cambiato per la pubblicazione del libro in inglese. E’ proprio per questo motivo che nel mio pc ho una cartella chiamata “Dumb Cunt (Stupida femmina)”. Fa male vederla accanto a  “Kids Stuff (Per i bambini)” and “Work Docs (Documenti di lavoro).” Ma è in questa  cartella che archivio copie dei messaggi e delle minacce misogine che ricevo tramite posta elettronica, Facebook, Twitter e commenti.

Non reagisco, ma ritengo importante documentarli. Avrei potuto chiamare la cartella “Violenze” o “Molestie”, ma non l’ho fatto perché sono termini che ne affievoliscono il carattere e le intenzioni. Come il cambiamento del titolo del libro. Per alcuni di noi, le parole hanno un significato e ci sono uomini che odiano le donne perché sono donne. Quello che dicono e fanno non deve essere ingentilito per non offendere la sensibilità delle persone. Sono offensivi! Edulcorare loro o le loro  parole è una forma di tolleranza sistematizzata che gli consente di fare quello che fanno. Le persone che mandano questi messaggi, commenti, post e tweets, per lo più uomini, ma anche donne, sono misogini e vogliono che le donne la smettano di parlare e facciano quello che gli viene detto di fare, come ad esempio in “Muori, stronza”.  Il loro linguaggio va oltre il ‘tipico’ feedback che ricevono gli scrittori da commentatori meschini, morbosi e anonimi. E’ un linguaggio pieno di odio e di violenza esplicita. Dire: “E poi sono arrivate le minacce di stupro” è come un rito di passaggio. Jennifer Pozner, direttore di Women in Media & News, che è stata bersaglio di analoghe molestie, ha trovato un messaggio sulla porta di casa di un uomo che diceva che avrebbe trovato lei e sua madre e le avrebbe violentate entrambe.

L’intenzione è di mettere a tacere le donne online. Purtroppo a volte, alla maniera dello ‘stupratore di Schrödinger’, produce risultati reali off-line. Non conosco molte donne pubblicamente impegnate, sicuramente non donne che sostengono l’uguaglianza di genere, che non siano state molestate o minacciate, molte al punto da sentirsi fisicamente in pericolo. Se gran parte della comunicazione è squallida ma innocua, una parte non lo è. La prima  volta che ho ricevuto una minaccia online fu in risposta ad un articolo in cui parlavo dei benefici legati al consentire ai ragazzi esperienze di empatia  nei confronti dell’altro sesso, come fanno le ragazze.  Un uomo ha commentato che meritavo di essere impiccata e che avrei fatto questa fine. Da allora, come milioni di altre donne, sono oggetto di regolari e svariatissimi insulti a connotazione sessuale per il fatto di esprimere le mie opinioni.  E, come altre, ricevo minacce di stalking e stupro. Di recente un uomo, con nome e fotografia su Facebook, ha dichiarato “se quelli come voi guadagnano terreno, ce lo riprenderemo con le armi. Organizzerò squadre in ogni quartiere che andranno di casa in casa alla ricerca di femministe da uccidere”.

Lo spazio pubblico è stato tradizionalmente riservato agli uomini e solo da poco le cose hanno iniziato a cambiare. Tuttavia, come le molestie in strada e le minacce di violenza portatrici di potere oppressivo, cioè lo stupro e l’aggressione fisica, la violenza online è ampiamente tollerata. Avere un’opinione, come dice Laurie Penny, è “la minigonna di Internet.” E come nel caso delle molestie, alle donne viene chiesto di adeguarsi.  “Fatti venire la scorza dura!” “Ignorali!” “Non leggere i commenti!”. Ci si chiede di far finta che queste inciviltà digitali siano neutre e scollegate da altri comportamenti che vogliono tacitare le donne. Ma non lo sono. Uno studio del 2006 ha riscontrato che i partecipanti a chat che hanno nomi chiaramente femminili hanno una probabilità 25 volte maggiore di essere oggetto di messaggi minacciosi e sessualmente espliciti. In realtà, questo gap sessuato della sicurezza online rispecchia quanto avviene nel mondo reale.

Nel 2011, Sady Doyle, scrittrice femminista, ha lanciato un hashtag su Twitter, #MenCallMeThings (#Gli uomini mi insultano e offendono), per documentare minacce e molestie.   In una panoramica di risposte ha documentato le esperienze delle donne e individuato una serie di temi che mi toccano personalmente. Benvenuti a bordo della vita di una scrittrice.
Non ha citato “Muori!” come specifica categoria, ma l’aggiungerò io sulla base delle discussioni con altre donne. Quando si è bersaglio di simili messaggi, bisogna mantenere un po’ di umorismo. In realtà non sono affatto buffi, se non per gli errori di ortografia e grammatica nel proferire minacce e oscenità. Capisco i consigli tipo “Non nutrire i troll” 0 “Non leggere i commenti”, ma penso sia essenziale che le donne che subiscono molestie online lo rendano noto.  La pensa così Caroline Criado-Perez,  che oggi ha scritto di un nuovo hashtag, #silentnomore (basta con il silenzio), incoraggiando le donne a parlare delle loro esperienza e a combattere la diffusa cultura troll.  Gli studi dimostrano che affrontare apertamente il sessismo funziona.

Il catalizzatore della sua iniziativa è stato una crudele aggressione sessista contro la studiosa Mary Beard, che mirava a “degradarla e a ridurla a nient’altro che una vagina”. Per chi non conosce le sue opere, Mary Beard è una docente universitaria di 58 anni, nota per aver avvicinato i classici al grande pubblico. Qui spiega cosa le è successo in seguito a una recente trasmissione di “Question Time” sulla BBC: non si tratta di un’esperienza isolata e molti altri hanno parlato o scritto sull’argomento.  “You Should Have Your Tongue Ripped Out (Dovrebbero strapparti la lingua)” di Helen Lewis  include numerose donne che parlano delle loro esperienze e nel novembre 2012, Cath Elliot ha compilato una lista di articoli e esempi molto valida. Nel frattempo avrebbe dovuto inserire, oltre al caso di Mary Beard, un pesantissimo cyber attacco  contro la critica femminista della cultura pop, Anita Sarkeesian. Le molestie sessuali ai suoi danni includono il fatto che decine di migliaia di utenti hanno partecipato a un videogame “Beat the Bitch Up (Mena la stronza)”, che ha prodotto foto del suo viso pieno di lividi e sangue. Qui spiega la sua esperienza. Hanno dovuto chiudere i commenti a questo video in cui lei in realtà non descrive pienamente la gravità di quanto è successo. Devo spesso ricorrere alla formula “per essere chiari” quando spiego che gli uomini molestano e minacciano le donne e che si tratta di violenze sistemiche,  come nell’esempio: “Per essere chiari, non sto dicendo che tutti gli uomini molestano e minacciano violenze, ma che la maggior parte di coloro che lo fanno sono uomini”. In un altro esempio: “Essere chiari – come spiega Martha Nussbaum nel suo libro Sex and Social Justice (Sesso e giustizia sociale) -denunciare, spiegare quello che succede è meglio dell’intimidazione silenziosa e il diritto di denunciare non rende le donne delle vittime patetiche,   proprio come il diritto di denunciare il furto di un portafoglio non rende gli uomini  vittime patetiche.”

Le donne non tornano indietro.  Per questo motivo sono significative  azioni come quella di Doyle e Criado Perez e bisognerebbe sostenere organizzazioni come Take Back the Tech, la cui missione è rendere sicuri gli ambienti tecnologici e fermare la violenza contro le donne. Per lo stesso motivo sono importanti le campagne online contro il sessismo, come  #ShoutingBack su Everyday Sexism  e  #NotBuyingIt Superbowl su Miss Representation  – poiché modificano i criteri e le norme di ciò che è accettabile. “CyberStalking e come prevenirlo” è una fantastica risorsa offerta da Take Back the Tech. Specialmente per le adolescenti la cui vita ‘reale’ si salda con quella virtuale. Take Back the Tech gestisce inoltre un  progetto di mappatura che documenta le molestie, lo stalking, le minacce e le violenze. Se nutrite preoccupazioni sulla vostra privacy e sicurezza, provate TOR o GenderIT.org.

Ma le azioni avviate da singole donne non bastano a modificare le manifestazioni di misoginia nella nostra cultura. Proprio come per le molestie e lo stupro, gli ‘astanti’ – coloro che non farebbero mai queste cose – debbono essere coinvolti per affrontare chi adotta questi comportamenti. Dobbiamo spostare l’onere dalle vittime ai responsabili della violenza. Oggi succede spesso che le donne siano isolate e che gli assalitori traggano forza dalla tolleranza della collettività e delle istituzioni. Ciò significa che è necessario coinvolgere gli uomini. Come John Scazi che nel 2011 ha scritto un bellissimo articolo “The Sort of Crap I Don’t Get ” e Ben Atherton-Zeman che due settimane fa ha pubblicato un eccellente contributo nel blog di Ms. Magazine’s “How Some Men Harass Women Online and What Other Men Can Do to Stop It (Come alcuni uomini molestano le donne online e cosa possono fare per fermarli).”  Leggetelo!

Ci sarebbe moltissimo da dire sulla libertà di espressione, la censura, i discorsi dell’odio, le vie legali e Internet. Qui basti sottolineare che negli esempi citati non si tratta di censura, ma di cambiare le norme dell’accettabilità. Queste espressioni online, nei commenti ai blog, su Twitter o Facebook, non sono diverse dalle espressioni di opinione nelle case, in strada, nelle scuole, la TV via cavo o gli spogliatoi. Le molestie online sono soltanto una versione tecnologica di idee vecchie secondo cui le donne sono di pubblica proprietà, da criticare, svergognare pubblicamente e essere fatte oggetto di violenze esemplari. Dobbiamo combattere questi fenomeni in questo spazio come facciamo in tutti gli altri spazi.

Vi pare troppo chiedere di vivere in una società civile, che includa le donne?

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